
Per parlare del suo nuovo album Diatomee, ma non solo, Rossana De Pace ha rilasciato una lunga intervista ai nostri microfoni
Per parlare del suo nuovo album Diatomee, ma non solo, Rossana De Pace ha rilasciato una lunga intervista ai nostri microfoni
Com’è nato Diatomee?
«Da un viaggio di raccoglimento personale in quattro residenze artistiche diverse per ricostruirmi. Avevo buttato a terra ogni convinzione per riscrivere la mia identità. Sono partita e strato per strato ho tolto i condizionamenti esterni per arrivare a conoscermi, nel bene e nel male e a capire che tipo di ruolo potevo avere nel mondo. Ma anche da un viaggio di ricerca musicale, perché volevo che questo disco suonasse dei luoghi che ho abitato durante la scrittura».
Quando ti sei appassionata e interessata a quello che può essere definito il “suono” delle piante?
«Da quando ho iniziato a interessarmi alla fisica quantistica e alla teoria delle stringhe, ho scoperto che tutto ciò che è vivo vibra e produce una frequenza. Di conseguenza, tutto ciò che è vivo può suonare. Poi ho trovato questo dispositivo e ho iniziato a sperimentarlo insieme a un’altra artista della materia, Isabel Rodriguez Ramos, con cui abbiamo lavorato a tutti i contenuti fotografici e video, incluse le sue opere in terra cruda, alcune delle quali “vive”! Collegando gli elettrodi del Plants Play, anche loro iniziano a suonare».
L’album è stato registrato in quattro luoghi diversi: Val Pellice, Lunigiana, Torino e colli parmensi. C’è una motivazione e un significato particolare in questa scelta?
«Avevo bisogno di luoghi di raccoglimento dove potessi prendermi del tempo per interrogarmi, scrivere e conoscere le diverse comunità che abitavano quei posti, per investigare anche il senso di comunità. Volevo che fossero immersi nella natura, così da poter raccogliere le frequenze delle piante e campionare i suoni dei luoghi. Queste residenze hanno influenzato profondamente sia il suono che i contenuti del disco».
Il sound dell’album è molto folk, un genere che, nell’ultimo periodo, è tornato molto in voga, assumendo una caratterizzazione locale e regionale. Ti riconosci in questo filone?
›Per me è la commistione di molte cose, con un’influenza mediterranea che inevitabilmente porto nel sangue. A volte faccio fatica a definirmi e non so se considerarlo un problema, ma se me lo dite voi, allora va bene così».
Durante l’ascolto, mi ha colpito molto il brano Madre Padre, che parla dei pro e dei contro dei rapporti con i genitori e di come questo cambia quando lavoriamo su noi stessi. Quanto è difficile, ancora oggi, rompere quella sorta di catena generazionale?
«Non è qualcosa che passa con il tempo se non ci si lavora direttamente, ed è per questo che la terapia, di cui sono molto fan, può venire in soccorso. Ho iniziato proprio poco prima di scrivere il disco e mi ha dato un vero turbo di consapevolezza su molte cose. La difficoltà, poi, è proporzionale alla complessità della storia che ciascuno porta con sé: è molto soggettiva e non va considerata come una discriminante generazionale».
In molti pezzi di Diatomee si coglie un forte utilizzo di metafore e figure retoriche. Quanto sono importanti queste per i tuoi testi e la tua musica?
«È un modo per dare immagini a ciò che provo e penso, per decifrare e comunicare in maniera diretta. Sono contenta perché in questo disco ci sono riuscita meglio che mai: sono riuscita a definire una poetica che mi soddisfa e mi rappresenta pienamente».
Hai fondato il Collettivo Cantafinoadieci (con Anna Castiglia, Irene Buselli, Francamente e Cheriacre). Cosa puoi dirci su questo progetto?
«Il nostro è un collettivo trans femminista di cantautrici che nasce con l’idea di abbattere stereotipi legati alle donne nell’ambito della musica. Lo facciamo dando l’esempio, cantando le nostre canzoni tutte insieme sul palco, ognuno le proprie armonizzate a più voci. La collettività è fondamentale per lavare via il narcisismo che porta fare questo lavoro e ti libera dall’ego mettendo una causa davanti. In più noi siamo uno spazio di condivisione anche emotivo e di supporto reciproco importate che ci guarisce anche dalla narrazione che il tuo traguardo sarà un mio fallimento. Se è vero che gli spazi sono pochi, gli occuperemo tutte insieme».
Quali artisti sono stati la tua principale fonte di ispirazione?
«La prima volta che ho ascoltato il disco solista omonimo di Residente mi ha folgorata, soprattutto per il suo processo creativo. Ha viaggiato in tutto il mondo per due anni, scrivendo nei luoghi in cui c’era una percentuale del suo DNA, e ogni traccia si fa contaminare da culture diverse, promuovendo un’idea di identità fluida, senza confini. Non nego che un giorno mi piacerebbe fare qualcosa di simile. Credo che il suo approccio abbia influenzato il mio modo di lavorare più di chiunque altro».
Quali sono i progetti futuri di Rossana De Pace dopo l’uscita di Diatomee?
«Ora ci aspetta portare in giro questo disco il più possibile, con il tour di presentazione in primavera e quello estivo subito dopo. Non vedo l’ora!».

Non analizzo spartiti, interpreto emozioni. Lascio volentieri il righello del tecnicismo ossessivo ai diplomati al Conservatorio e la bava del purismo ai tuttologi del web. Tengo il sarcasmo per chi è convinto che la musica sia una gara di ginnastica o un concorso a premi, anziché un modo viscerale di urlare cosa si ha dentro. Se cercate una pagella o una recensione arida da periti fonici, citofonate altrove; se invece volete capire perché quel disco o quella canzone vi ha cambiato la vita, potreste essere nel posto giusto.
