Attento osservatore delle inquietudini contemporanee e cinefilo vorace, il regista indipendente Angelo Donzella è pronto ad aggiungere un ulteriore tassello al suo percorso registico con il cortometraggio Distanze, di prossima uscita. Ne abbiamo parlato in anteprima.

Con il suo nuovo cortometraggio Distanze, il regista indipendente Angelo Donzella (Broken) si prepara ad aggiungere un ulteriore tassello alla sua ricerca artistica. In questa intervista rivisitiamo le tappe del suo percorso registico, nonché le influenze che hanno contribuito a definire lo sguardo di un autore consapevole, attento alle fragilità dell’animo umano e ai momenti di svolta che segnano l’esistenza.
Come nasce il tuo percorso artistico? Ricordi un momento preciso che ti ha fatto capire che la regia cinematografica sarebbe stata la tua strada?
Se parliamo di arte, il mio percorso ha radici remote. Già nel 1982 suonavo la chitarra e, spesso, componevo brani per la mia band, inoltre ero un appassionato di fotografia, quella antica, fatta con la pellicola. Ho inoltre iniziato la mia carriera come attore nel 1993. Nel 2020, in pieno lockdown, ho deciso di provare a mettere in pratica ciò che avevo imparato sia dalla passione per la fotografia, sia frequentando i set cinematografici per anni e, dopo di allora, non mi sono più fermato.
Non so se sia corretto definirmi un regista, non ho questa pretesa, faccio solo dei tentativi. Forse ho maturato maggiore consapevolezza nella volontà di perseguire questa strada dopo la realizzazione del mio cortometraggio Unease, del 2023.

Ci sono autori o film che hanno influenzato il tuo sguardo? In che modo?
Spesso parlo di ispirazioni, perché sin dal 1997 – da quando è nato in Italia il DVD – sono un assiduo collezionista di film e serie TV. È chiaro che, fruendo quotidianamente di cinema e serie TV, i miei progetti sono costantemente ispirati allo stile autoriale che preferisco. Ho sempre ammirato registi come Christopher Nolan, David Fincher e Denis Villeneuve, ma quello che preferisco in assoluto è Michael Mann, al quale spesso mi ispiro nella realizzazione dei miei cortometraggi, come ho fatto con Broken del 2025. Di lui ammiro in particolare le atmosfere, la fotografia e la capacità narrativa.
Ho iniziato ad apprezzare in età più adulta registi come Jim Jarmush e Wim Wenders. Con l’andare degli anni e la maturità artistica, sento che le loro storie sono più affini alle mie esigenze narrative.
Quest’anno uscirà il tuo nuovo lavoro, Distanze. Ce ne parleresti?
Certamente. Ricollegandomi al discorso di prima – relativo agli autori che influenzano il mio sguardo – l’idea di realizzare Distanze nasce dopo aver visto il film Perfect Days di Wim Wenders. Per giorni, squarci di quelle atmosfere e immagini riecheggiavano in me, fino a quando ho deciso di provare a realizzare qualcosa che, in un certo qual modo, potesse omaggiare quell’opera.
Distanze si accosta con estrema delicatezza al vissuto dei due protagonisti, un padre e una figlia che si riavvicinano dopo anni di lontananza e incomprensioni. Rappresenta uno spaccato della società e della famiglia moderna, caratterizzata da separazioni, distacchi e silenzi dolorosi. Un dialogo sincero, dove ognuno ammette le proprie colpe e rimpiange, forse, anche il tempo perduto.

Quale pensi sarà la sfida più grande per Distanze?
Essendo ancora all’inizio della produzione, mi aspetto che la sfida più grande da affrontare per la realizzazione di Distanze, sia – come sempre – rappresentata dai limiti propri delle produzioni indipendenti, ovvero l’assenza di budget.
Con la sceneggiatrice Maria Rosaria Scicchitano siete arrivati al decimo lavoro insieme. Nei vostri film tornano spesso personaggi posti davanti a un bivio morale o segnati da un trauma. Come nascono questi temi e cosa vi affascina di queste zone d’ombra?
I personaggi dei nostri lavori sono spesso, quasi sempre, quelli che potremmo facilmente definire gli “ultimi o invisibili”. Sono soggetti caratterizzati da storie difficili e traumatiche, come i protagonisti (o, meglio, le protagoniste) di Unease, Chrysalis e Broken. Infatti quasi tutti i miei film puntano su un personaggio femminile segnato da una vita complicata o da esperienze traumatiche.
Il nostro obiettivo, in questi casi, è quello di far riflettere lo spettatore su temi particolari e spesso trascurati, come quelli del disagio mentale e della violenza di genere. Ciò che ci affascina nel rappresentare queste vite disturbate e distorte, è la capacità di cogliere l’imprevedibilità della mente umana.

Qual è il tuo punto di vista sullo stato di salute dell’odierna industria cinematografica?
Forse per una questione di età, rimango legato al cinema classico, di qualche anno fa. Trovo che, oggi, il digitale fortunatamente consenta un po’ a tutti di realizzare, anche con poco budget, prodotti, a volte anche interessanti. Ciò che mi fa riflettere è che, spesso, i giovani registi tendono a voler sbalordire lo spettatore con virtuosismi tecnici – anche riuscendoci – attribuendo però minore importanza alla storia e alla sceneggiatura che, a mio parere, è ciò che più conta in un film.
Salutiamoci con uno sguardo al futuro: c’è un progetto o un sogno che senti di voler realizzare?
Si, parallelamente alla realizzazione di Distanze, siamo in fase di pre-produzione per un altro cortometraggio, che potrebbe diventare un film, di genere thriller psicologico con venature sovrannaturali. Si tratta di un progetto ambizioso, la cui pre-produzione sarà più impegnativa e lunga e per il quale, non nascondo, mi piacerebbe riuscire ad ottenere qualche aiuto.

Libraio, consumatore seriale di lungometraggi con una passione famelica per tutto ciò che arriva dall’Estremo Oriente, feticista dei libri editi da Taschen. Ogni tanto scrivo cortometraggi.
