Abbiamo intervistato Andrea Guglielmino, Gianmarco Bonelli e Guglielmo Favilla, autori dell’interessante e corposo saggio Predator – Un mito tra fantascienza e antropologia, edito dalla casa editrice Weird Book, di recente uscita e dedicato a una delle icone del cinema fantahorror.
Nel saggio parlate molto della misdirection come chiave narrativa e strategica di marketing. Secondo voi, oggi sarebbe ancora possibile sorprendere il pubblico allo stesso modo, oppure la comunicazione cinematografica è diventata troppo esplicita?
Dan Trachtenberg, regista di Prey, Predator: Killer of Killers e dell’imminente Predator: Badlands ha dichiarato, come raccontiamo nel libro, di aver provato a convincere la produzione a non rivelare subito che Prey fosse un film appartenente al franchise. Del resto anche il titolo è diverso, distaccato e ambiguo. Voleva evitare di mostrare lo Yautja, almeno nei primi trailer, ma l’idea non ha raccolto favori. Se c’è un brand importante dietro i produttori vogliono essere subito sicuri di venderlo. Oggi è tutto maledettamente più difficile che negli anni ‘80. Sappiamo tutto di un film grazie alla rete e per sua colpa, prima che esca o subito dopo. Tuttavia sapendo sfruttare il media a proprio vantaggio e con una buona conoscenza delle leggi del marketing e della comunicazione si può ancora. Shyamalan ha venduto Split come generico thriller nascondendo fino all’ultimo la sua vera natura di sequel di Unbreakable. In Marvel hanno cambiato il titolo del film Thunderbolts* in *New Avengers dopo l’uscita, è stata comunque un modo di rimescolare le carte sorprendendo il pubblico a un livello al di sopra della trama del film. E un autore ormai innominabile a causa di uno scandalo ha rilasciato una puntata aggiuntiva di una serie sul Dio Morfeo dopo la presunta conclusione della prima stagione, un inaspettato colpo di scena. Esempi virtuosi ne esistono ancora.
Affermate che il secondo Predator sia fondamentale nella costruzione del mito, più del primo. Cosa lo rende, secondo voi, così mitopoietico?
È il capitolo più determinante e rivoluzionario. Cambiando il protagonista umano – di necessità virtù, Schwarzenegger non era disponibile – rende chiaro che a trainare la serie sono gli Yautja e non i terrestri. Porta al cinema il concetto – già esplorato nei fumetti – di ‘Giungla di cemento’ spostando l’azione in città. Chiarifica che i Predator ci hanno visitati e ci visiteranno in varie epoche storiche… Il primo film era lanciato come film di Schwarzenegger, che era anche il soggetto principale di tutte le locandine. Il secondo è un film di Predator, e il titolare si riprende tutto lo spazio che merita.
Uno dei concetti più affascinanti del saggio è l’analogia antropologica tra Yautja e società nomadi, e tra Xenomorfi e civiltà agricole. Quanto è voluto, secondo voi, e quanto emerge ‘a prescindere’ dalla volontà degli autori dei film?
Emerge sempre tutto a prescindere, ed è questo l’aspetto più affascinante dell’antropologia del cinema. La critica tradizionale cerca di interpretare il regista, l’autore, la sua volontà. L’antropologo interpreta il mito con la sua volontà autonoma, che si scrive da solo sulla base di conoscenze e coscienze comuni che tutti ci portiamo dietro. Non ho le prove, ma personalmente non credo che Paul W.S. Anderson nel dirigere Alien vs. Predator sapesse di star attingendo al classico canovaccio del ‘mito del trauma’ dell’incontro tra pastori/cacciatori nomadi (Yautja) e agricoltori sedentari, legati al terreno, all’inseminazione e alla magia (Xenomorfi) eppure lo fa ed è proprio questa inconsapevolezza che lo rende mataria di studio affascinante.
Avete citato l’iniziazione come rito centrale per Yautja e umani: quanto pensate che questo tema sia ancora efficace, oggi, nella narrazione cinematografica di genere?
Quasi tutte le storie sono racconti di cambiamento e formazione, di crescita, i classici viaggi da un punto A a un punto B, come dicono gergalmente scrittori e sceneggiatori. E dicono anche che se questo passaggio non avviene, se il personaggio alla fine della storia resta fermo al punto A, la storia non è buona. Il rito di passaggio è l’emblema di tutto ciò. Nelle società tradizionali l’iniziazione trasforma i bambini in adulti, portandoli da uno stato di natura a uno di cultura. Spesso in seguito a un sacrificio, anche doloroso. Per Batman e Spider-Man è l’uccisione di persone care, che gli sbatte in faccia le proprie responsabilità. Per Indiana Jones il passaggio tra le fiamme e le tenebre del tempio maledetto, dove capisce che non si può vivere solo di fortuna e gloria e rischia la sua vita per salvare quella di bambini innocenti imprigionati. È quel momento preciso in cui la vita del protagonista cambia del tutto, ha una svolta. Non necessariamente è un rituale reale. Ognuno ha la propria iniziazione, anche nella vita reale. Tuttavia, data la natura tribale dei predatori Yautja, nella saga il concetto di iniziazione è attualissimo e anche tradizionale.

Nel passaggio da Predator a Prey si assiste a una ‘inversione di prospettiva’ anche simbolica: si passa dal maschile ipermuscolare all’emergere del femminile. Che valore ha questo cambio nella mitologia della saga?
Il conflitto tra Maschile e Femminile è un tema antropologicamente rilevante, che rimanda allo scontro atavico tra due culture, a partire dal quale si fonderà poi molti secoli dopo la nostra. Quella dei pastori nomadi e quella degli agricoltori sedentari. Il pastore nomade è colui che, venendo dalla caccia, ha imparato ad allevare gli animali, si sposta e chiede la benevolenza del ‘Cielo Padre’, che risulta in figure mitologiche come Odino, Zeus o anche il Dio ebraico, collocato sempre ‘in alto’. Gli agricoltori sono invece legati alla Terra Madre, all’inseminazione, alla magia dei campi. Il Predator, essendo un cacciatore, si ascrive facilmente al primo campo, e non a caso spesso si scontra con gli Xenomorfi di Alien, la cui simbologia è decisamente più femminea – pensiamo alla Regina, specie la versione animatronic di James Cameron, ben radicata nel terreno anche per esigenze tecniche – e ovviamente legata all’inseminazione. La protagonista di Prey è una guerriera Comanche, che agisce in contesto ‘mascolino’ – deve in effetti mostrare il suo valore al fratello – e per farlo non c’è niente di meglio che battere il Cacciatore per eccellenza: uno Yautja. Questo sistema di simboli risveglia la coscienza sopita dello spettatore e il ricordo recondito dei ‘miti del trauma’ che seguirono lo scontro tra le due culture, e forse anche per questo la saga ci appassiona così tanto.
C’è una riflessione interessante sulla asimmetria del canone: per i Predator l’incontro con gli Xenomorfi è rilevante, mentre per Alien è quasi ignorato. Come interpretate questa gerarchia narrativa?
Forse la ragione è più cinefila che simbolica. Dietro alla saga di Alien ci sono sempre stati nomi di grossi autori riconosciuti dal pubblico cinefilo come ‘alti’: Scott innanzitutto, ma anche Cameron, Jeunet, Fincher. Anche gli attori erano noti per aver recitato a teatro – pensiamo a Ian Holm – o avere trascorsi particolarmente ricercati. La saga di Predator è puramente action. Anche Schwarzenegger è un grande attore, ma lavora col corpo più che col viso, e John McTiernan, autore altrettanto muscolare, non faceva che valorizzare questo aspetto. Forse è anche un atteggiamento della critica europea: il corpo è considerato ‘basso’, l’action è per principio considerato inferiore ad altri generi, compresa la suspence. I rispettivi creatori si comportano di conseguenza. Ridley Scott ignora del tutto la saga di Alien vs. Predator nei suoi vari Prometheus e Covenant. Invece Predator continua a inseguire gli Xenomorfi e la Weyland Yutani. Abbiamo visto un’immagine del prossimo film Predator: Badlands in cui la protagonista si porta in spalla un androide segato a metà. Ci ricorda decisamente qualcosa!
La vostra analisi spazia dal cinema ai fumetti, dai videogiochi alle leggende preistoriche. Come siete riusciti a tenere insieme tutte queste fonti senza smarrire la coerenza dell’approccio antropologico?
Ci è venuto naturale dandoci anche supporto reciproco. La parte più prettamente antropologica l’ha curata Andrea che è il più esperto in questo campo. Gianmarco e Guglielmo si sono occupati di aspetti più pop ma poi ciascuno ha riletto ed editato i saggi degli altri e aggiunto riflessioni o riferimenti per rendere il libro omogeneo.
C’è una parte del franchise o una narrazione ancillare che considerate ‘sottovalutata’ e che invece meriterebbe più attenzione?
Crediamo che Predator 2 abbia un’importanza speciale nello stabilire la lore e la mitologia del franchise. È lì che diventa chiaro che il protagonista reale non fosse Dutch – dato anche che Schwarzy era impegnato con Terminator 2. Di necessità virtù – ma lo Yautja. Anzi, un’intera razza aliena. Tanto che cambiando ambientazione e protagonista, funziona ugualmente a meraviglia… Anche in una Giungla urbana. Inoltre è un film meravigliosamente girato e montato come una danza tribale… Senza contare l’importanza del finale, con l’apparizione del teschio dello xenomorfo e la pistola di Raphael Adolini che ancora torna nella saga. Poi c’è Predators del 2010. Un film controverso, che però prova comunque a dire qualcosa di nuovo spostando l’azione su un pianeta di riserva di caccia, selvaggio e inospitale. Per certi versi un ritorno alla giungla naturale delle origini… Ma anche una ritematizzazione.
Nel trattare i Predator, descrivete una società tribale ma strutturata, con caste e codici d’onore. Avete trovato delle fonti reali o modelli culturali specifici a cui questa struttura può essere ricondotta?
Le strutture di parentela e di organizzazione sociale delle culture tradizionali corrispondono a modelli che tornano spesso, con varianti minime o maggiori dovute ovviamente ai contesti storici e culturali in cui si sviluppano. Un po’ per via del diffusionismo. Le idee viaggiano. Un po’ perché rispondono a esigenze specifiche degli esseri umani in quanto tali, al di là delle varie etnie. I Predator sono concepiti come relativamente antropomorfi, e dunque è abbastanza comprensibile che gli autori dei film e dei fumetti si siano, consapevolmente o meno, ispirati a modelli di società realmente esistenti. Quello che ci ha particolarmente colpiti è stato constatare che, nonostante le riflessioni fatte in precedenza sul mascolino e la tendenza a riportare i tratti distintivi delle culture della Caccia, in alcuni fumetti tra i Predator esisteva una matriarca, con poteri molto influenti. Va anche considerato che il Pianeta degli Yautja sarà grande almeno quanto il nostro. È plausibile pensare che anche lì si siano sviluppati diversi gruppi etnici e sociali, che differiscano nelle credenze, nelle usanze, nella politica, e perfino nell’aspetto. Molti hanno notato che lo Yautja di Prey non somiglia ai suoi predecessori… Ma questo non lo rende meno Yautja, allo stesso modo in cui un umano con la pelle nera non è meno umano di uno con la pelle bianca.
Alla luce del recente ritorno di interesse per il franchise con Prey e il recente Predator – Killer dei Killer, cosa vi aspettate o auspicate da un eventuale prossimo capitolo? Più radici storiche? Più futurismo? O un’altra svolta?
Più futurismo senza dubbio, essendo dichiarato che Badlands si ambienterà nel futuro. Il che porta avanti una questione interessante: qual è il futuro ufficiale di Predator, se ce n’è uno? Corrisponde con quello di Alien? Se ci pensiamo, anche Predator 2, uscito nel 1990 ma ambientato nel 1997, rappresentava un futuro distopico, che oggi è diventato un passato… Molto aderente alla realtà. È implicito che siano ambientati più avanti negli anni anche Predators e The Predator… E tutto sommato questi futuri non si contraddicono in maniera evidente, ma nemmeno si considerano. Siamo a ogni modo molto curiosi. Oggi c’è la mente unica, e ci sembra anche abbastanza lucida, di Dan Trachtenberg a guidatre il tutto. Per ora ha fatto un buon lavoro… Diciamo che ci fidiamo!

Divoratore accanito di film, serie TV, libri e manga, ama gli anime (su tutti, Neon Genesis Evangelion) e i videogame, senza dimenticare la sua passione per la montagna. Autore di diversi saggi monografici, è un consulente editoriale con esperienza decennale, fotografo freelance e redattore per differenti siti web.
