Andato in onda in Giappone dal 25 febbraio al 12 agosto 2006 mentre, in Italia, si è dovuta attendere l’annata 2011/2012 (con la visione in chiaro su Rai 4), vent’anni dopo Ergo Proxy rimane un anime complesso e non di facile interpretazione per via del suo riuscito mix di cyberpunk, distopia e filosofia. Troppo riduttiva catalogarla come semplice fantascienza, l’opera scritta da Dai Satō e diretta da Shukō Murase lungo i 23 episodi che la compongono è uno stratificato messaggio esistenziale tra scenari post-apocalittici e squarci di gnosticismo. Per i suoi vent’anni l’abbiamo rivisto, cosicché da raccogliere le giuste riflessioni in questo speciale.

Un mondo post-apocalittico in cui si cerca il senso di tutto

Ci sono titoli dell’animazione nipponica che non si limitano a essere, solo ed esclusivamente, meri prodotti di entertainment ma ambiscono a essere qualcosa di più viscerale e, di pari passo, cerebrale. È il caso, questo, di Ergo Proxy, anime composto da un’unica stagione di 23 episodi scritta e diretta, rispettivamente, da Dai Satō e Shukō Murase. Uscito nel 2006, vent’anni dopo Ergo Proxy mantiene immacolato il suo fascino di serie capace di far coesistere al suo interno, senza sbavature, scenari post-apocalittici ed estetica cyberpunk che si intersecano con una dose non indifferente di filosofia, gnosticismo ed esistenzialismo. Il risultato è quello di un mindfuck capace di generare una cascata di interrogativi e speculazioni nello spettatore che ne fruisce.
Se da una parte la storia di Ergo Proxy riecheggia di un certo classicismo di genere (un mondo sconvolto e che, lentamente, si sta ricostruendo) afferente alla sci-fi distopica, dall’altra crea un proprio habitus all’insegna di tematiche e contenuti culturali che affondano nello scibile umano. In primis, quello che balza tanto all’occhio quanto all’orecchio è lo spirito squisitamente filosofico (soprattutto esistenzialista) dell’anime a partire fin dal titolo, in quell’Ergo che viene dritto dritto dal Cogito ergo sum formulato da René Descartes (per noi, Cartesio) e dal Cogito che, nel mondo narrativo della serie, altro non è che un virus che si diffonde tra gli AutoReiv, avanzatissimi androidi suddivisi tra Entourage o da compagnia, con la conseguenza dello sviluppo dell’autocoscienza.
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Da questa semplice premessa, si snodano due dei primi interrogativi filosofici di Ergo Proxy: Quando nasce l’anima? La coscienza è un errore o un’evoluzione? Due domande, queste, che fanno comprendere come il lavoro di Satō e Murase non miri a essere una banale carrellata di riferimenti (a partire dai nomi di personaggi e AutoReiv, la maggior parte dei quali porta l’onomastica dei più famosi filosofi e pensatori, nonché chiari riferimenti come al pensiero di Jean-Paul Sartre e di Nietzsche), ma qualcosa che stimoli le sinapsi durante la visione.
L’identità come enigma ontologico

Se gli AutoReiv acquisiscono quella che potrebbe essere, a tutti gli effetti, un’ ‘anima’ capace di far provare emozioni e sentimenti, di fianco a questa presa di autocoscienza viene plasmato il secondo (e non meno importante) leitmotiv di Ergo Proxy: l’identità come enigma ontologico. Vincent Law, coprotagonista al fianco di Re-l Mayer, non cerca solo chi è ma cerca che cosa è. Qui, l’anime mette in scena un problema tipicamente gnostico: e se l’identità fosse stata costruita per tenerti nell’ignoranza?
Non a caso, la memoria frammentata, il doppio e la rivelazione progressiva che prendono le mosse nel progredire della storia sono tutti elementi da percorso di gnosi. E lo gnosticismo, in Ergo Proxy, è il terzo elemento cardine su cui l’anime basa le proprie fondamenta. Dal greco gnōsis, che significa conoscenza (non una conoscenza qualsiasi, bensì una conoscenza spirituale profonda capace di salvare l’essere umano), lo gnosticismo afferma che il mondo fisico non è stato creato dal Dio supremo, buono e perfetto, ma da un’entità inferiore e imperfetta chiamata Demiurgo.
Al di sopra di quest’ultimo c’è il vero Dio, trascendente e puro spirito, totalmente separato dalla materia, mentre dentro alcune persone c’è una parte divina imprigionata nel corpo.
Il corpo e la materia sono visti come una prigione. In tale contesto, non è la fede cieca né le opere a salvare, ma la gnosi, ovvero la consapevolezza della propria origine divina e della vera struttura dell’universo.
Ergo Proxy, in quanto opera di animazione, pone il grosso della sua raison d’être (rimanendo nei suoi stessi lidi contenustici) proprio sullo gnosticismo e, di pari passo, sulla ricerca di una vera verità e non artefattuale, posticcia o di semplice facciata con cui indottrinare tanto gli esseri umani quanto gli AutoReiv.
La città-cupola come simbolo artefattuale

A maggior ragione, lo gnosticismo di Ergo Proxy assurge a un certo ‘materialismo’ rappresentato da Romdo, la città-cupola in cui l’umanità ha ricostruito la società post-disastro ad appannaggio, però, di un sistema classista basato sul consumismo e su un certo distacco emozionale che sfocia nel perfezionismo. Un insieme di aspetti che si traducono in una eccessiva tranquillità – o meglio, rigidità – pervasa dalla monotonia.
Con tali premesse, fin dall’inizio è facile intuire e, successivamente, avere la conferma di come Romdo non sia altro che una falsa utopia controllata, regolata da un sistema superiore che decide nascita, ruolo sociale e verità accessibili. E l’entrata in scena del Cogito prima e dei Proxy dopo, rappresentano due facce della stessa medaglia di un doppio ‘nemico’ non visibile e visibile: il primo scatena gli effetti, diventando l’anomalia nel sistema, mentre il secondo so(spinge) agli interrogativi e alla necessità, a lungo repressa, di sapere di più e conoscere cosa si cela al di fuori dei confini perimetrali.
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In tal senso, è difficile non vedere una figura demiurgica nella struttura che governa il mondo, un potere che crea e amministra una realtà artificiale ma che inizia a vacillare nel momento in cui, la conoscenza spirituale profonda, sopraggiunge ad aprire gli occhi dell’essere umano. Quindi, l’ambientazione grigia e dai colori desaturati, chiusa e decadente non è solo semplicistica estetica cyberpunk, ma una metafora visiva dell’ignoranza ontologica. La luce e i colori in Ergo Proxy arrivano solo quando la verità emerge e – spesso – è una luce distruttiva senza soluzione di continuità.
Essere (o non essere) umano

La stessa Re-l Mayer nonché il già citato Vincent Law, da una situazione di grigiore conoscitivo passano a essere illuminati da una luce che fa tabula rasa delle certezze imposte dal sistema di Romdo. Ed è notevole, a tal proposito, la mutazione caratteriale dei due personaggi, tant’è da assistere sia a una maturazione interiore sia alla presa di coscienza, al pari degli AutoReiv infetti dal Cogito, che ciò che li circonda è qualcosa di fittizio, di artificiale al pari delle loro vite generate – gnosticamente – dall’utero artificiale di Romdo con cui ‘nascono’ gli esseri umani della società neocostituita.
Un cambiamento di registro personale che passa dall’abbandono della rigidità comportamentale imposta (Re-l abbandona il suo ruolo di ispettrice del Dipartimento di Intelligence di Romdo e l’ossesione sui Proxy, mentre Vincent perde quella placidità che lo contraddistingue all’inizio a favore di una caparbietà funzionale) allo sviluppo della capacità di provare empatia verso il prossimo. Passaggio, quest’ultimo, che prende le mosse dalla conoscenza/convivenza Tra Re-l, Vincent Law e l’AutoReiv da compagnia Pino infetta dal Cogito nonché, per ultimo, dal sacrificio di Iggy, l’Entourage di Re-l diventato infetto, che si sacrifica per salvarle la vita non prima di averle confessato i suoi sentimenti.
La lente dell’introspezione sotto cui sono posti gli episodi dell’anime – a metà strada tra l’esistenzialismo e la psicologia – fa emergere dai personaggi di Ergo Proxy quell’Io sepolto, quel sé dentro il proprio sé che rappresenta il point break che segna l’inizio della ribellione e l’apertura dinanzi alla verità cristallina di un’esistenza pilotata da poteri e volontà superiori che, ciò nonostante, appartengono a degli ‘dei’ autoproclamatisi e non a un vero e proprio dio riconoscibile.
Un’estetica che va ben oltre gli androidi che sognano pecore elettriche

Naturalmente, il pregio di Ergo Proxy non risiede, solo ed esclusivamente, nell’essere un anime pregno di filosofia, psicologia e rimandi religiosi (tanto dal punto di vista teorico quanto simbolico, come nel caso degli AutoReiv infetti che si genuflettono con le mani giunte quasi a rivolgersi a un dio che non li ascolta) poiché porta con sé anche un’importante estetica distopica e cyberpunk (con tocchi gotici) perfetta per la storia posta al suo centro.
La serie di Shukō Murase e Dai Satō si muove agilmente tra i lidi di vari generi, come il noir fantascientifico e il techno-thriller, alternando a questi momenti che strizzano l’occhio al body horror. Tuttivia, anche con il cambio di registro il risultato è omogeneo nella sua eterogeneità, senza stonature o elementi fuori luogo. Soprattutto per quanto concerne l’animo sci-fi e quello noir, Ergo Proxy potrebbe essere considerato come diretta ispirazione a opere quali il Ghost in the Shell di Mamoru Oshii e il Blade Runner di Ridley Scott eppure, nonostante le similitudini, questo anime vive di vita propria: non è un semplice patchwork citazionista o influenzato da ciò che l’ha preceduto ma, semmai, è una visione totalmente individuale la quale, sia vent’anni fa sia oggi, ha lasciato e lascia il proprio segno indelebile (tant’è da aver ispirato e lasciato il personale touch in opere videoludiche come NieR: Automata).
Ergo Proxy, dunque, è uno di quei titoli densi di significato e che meritano rigore quando si parla di influenze: troppo facile ridurlo a ‘figlio’ di Blade Runner o – magari – ‘clone’ di Serial Experiments Lain, così come sarebbe eccessivamente superficiale ignorare il retroterra filosofico stratificato in esso. Per tale motivo e per tutto quello fin qui discusso, è giusto affermare come Ergo Proxy sia un’esperienza audiovisiva non solo da fruire ma – soprattutto – da vivere.

Divoratore accanito di film, serie TV, libri e manga, ama gli anime (su tutti, Neon Genesis Evangelion) e i videogame, senza dimenticare la sua passione per la montagna. Autore di diversi saggi monografici, è un consulente editoriale con esperienza decennale, fotografo freelance e redattore per differenti siti web.
