
La giovane cantautrice e pianista Elisa Benvenuto si è raccontata ai nostri microfoni in una lunga intervista.
La giovane cantautrice e pianista Elisa Benvenuto si è raccontata ai nostri microfoni in una lunga intervista. Tanti i temi toccati: dalle sue canzoni alla collaborazione con Daniele Piovani e Federico Alioscia Arioli, dalle tematiche toccate nei suoi testi alle sue fonti di ispirazioni artistiche.
Com’è nato Al di là del mare?
«Questo brano è il frutto naturale dell’incontro tra me, Daniele Piovani e l’arrangiatore Federico Alioscia Arioli. A livello personale, però, scava molto più a fondo: nasce dalla mia infanzia e dal legame fortissimo che ho con la bambina che sono stata. Credo che senza l’attaccamento ai propri ricordi e un pizzico di nostalgia non si possa crescere davvero; anzi, per me i ricordi non sono solo un rifugio, ma la vera forza che mi permette di andare avanti ogni giorno».
Il brano ruota attorno alla collaborazione con Daniele Piovani e Alioscia Arioli. Cosa può dirci su questo progetto?
«Questo progetto è partito da un mio bisogno profondo: volevo raccontare la nostalgia e i miei ricordi. Grazie a loro sono riuscita a tirare fuori me stessa e a dare voce a quello che sento su un tema così delicato. Mi trovo benissimo con tutto il team, sia con Federico Alioscia Arioli per la parte degli arrangiamenti, sia soprattutto con Daniele. Con lui c’è una sintonia particolare: ha un modo di capirmi che mi permette di esprimermi al meglio e di far uscire esattamente quello che ho dentro».
Il pezzo tocca tematiche importanti come la guerra, la pace, le ingiustizie e l’innocenza dei bambini. Quanto la musica può essere uno strumento per toccare certi argomenti così delicati?
«Penso che la musica sia lo strumento migliore per parlare di temi così delicati e, allo stesso tempo, così ‘pesanti’ e attuali. Per me la musica è accoglienza, è un modo per stare vicini a chi soffre e uno spazio dove esprimersi in totale libertà. Con questa canzone volevo offrire un po’ di consolazione e accendere una luce sui bambini, che in questo mondo restano purtroppo le persone più fragili. La musica può arrivare dove altre parole non arrivano».
Com’è nata l’idea di utilizzare un’immagine metaforica come quella delle nuvole blu?
«A essere sincera, il titolo è nato da un mio puro errore mentre stavo provando con Daniele Piovani. Eppure, ripensandoci dopo, ho capito che era l’unico titolo possibile per questa canzone. Esprime perfettamente la fragilità e quella mancanza di ‘pesantezza’ che hanno i bambini; trasmette una delicatezza che non avrei saputo descrivere meglio».
Quali sono gli artisti a cui ti ispiri di più?
«Il mio mondo musicale ha due facce. Da una parte guardo molto agli artisti blues e jazz americani e inglesi, che amo per le loro sonorità, come Amy Winehouse, Ray Charles e molti altri. Dall’altra, però, c’è il mio lato profondamente italiano: sono cresciuta ascoltando pilastri come Mia Martini, Mina, Adriano Celentano e Lucio Battisti. Grazie a loro ho imparato a mettere insieme le emozioni tipiche della nostra scrittura con quel tocco ‘bluseggiante’ che cerco di portare nella mia musica. È l’unione di questi due mondi che mi permette di esprimermi davvero».

Non analizzo spartiti, interpreto emozioni. Lascio volentieri il righello del tecnicismo ossessivo ai diplomati al Conservatorio e la bava del purismo ai tuttologi del web. Tengo il sarcasmo per chi è convinto che la musica sia una gara di ginnastica o un concorso a premi, anziché un modo viscerale di urlare cosa si ha dentro. Se cercate una pagella o una recensione arida da periti fonici, citofonate altrove; se invece volete capire perché quel disco o quella canzone vi ha cambiato la vita, potreste essere nel posto giusto.
