Presentato il 20 maggio di 15 anni fa durante la 64ª edizione del Festival di Cannes, aggiudicandosi il Prix de la mise en scène, Drive di Nicolas Winding Refn è un neo noir metropolitano che guarda ai classici del genere per plasmare un’identità ben definita. Tra vuoti sonori, ralenti, scoppi di estrema violenza e una fotografia sbalorditiva, la prima opera americana del regista danese si è confermata, nel corso degli anni, come un evergreen.

La trama

A Los Angeles, un misterioso e taciturno pilota d’auto (Ryan Gosling) si guadagna da vivere facendo più di un lavoro: di giorno meccanico nell’autofficina di Shannon (Bryan Cranston) e stuntman per le sequenze di inseguimento nei film hollywoodiani, di notte esperto autista per rapinatori. Proprio durante il rientro a casa dopo un colpo andato a buon fine, conosce Irene (Carey Mulligan), sua vicina di casa, madre di Benicio (Kaden Leos) e moglie di Standard (Oscar Isaac), ques’ultimo in carcere a scontare una pena.
L’autista decide, così, di prendersi cura della ragazza e del figlio, facendo da marito e padre putativo. A complicare e a spezzare un potenziale idillio amoroso tra i due, ci pensa l’inaspettata scarcerazione di Standard che, una volta fuori, si trova a dover fare i conti con i due criminali Bernie Rose (Albert Brooks) e Nino (Ron Perlman), ai quali deve del denaro per la protezione avuta in prigione.
Venuto a conoscenza del pestaggio di Standard e delle minacce rivolte a Irene e suo figlio, l’autista decide di aiutare l’uomo per un’ultima rapina che, purtroppo, sfocia nel sangue. Con le spalle al muro, ferito e braccato dagli uomini dei due malavitosi, non gli resta che fare piazza pulita di chi vuole morto lui, Irene e Benicio.
Dalla Danimarca con furore (e stile)

Prima opus americana del regista danese Nicolas Winding Refn tratta dall’omonimo romanzo di James Sallis, Drive è – con molte probabilità – uno dei film più importanti dello scorso decennio. Merito di una regia esteticamente e stilisticamente perfetta – giustamente premiata nella 64ª edizione del Festival di Cannes – e della fotografia dell’americano Newton Thomas Sigel, che mette in risalto gli spazi metropolitani notturni e diurni di una Los Angeles incredibilmente fotogenica.
In questo, il regista danese ha assimilato alla perfezione gli stilemi di michaelmanniana memoria sulla gestione degli spazi metropolitani, rendendo il suo Drive un thriller metropolitano in cui, al pari dei film di Mann come Strade violente, Heat – La sfida, Collateral e Blackhat, la città non è limitata a semplice e mero sfondo d’azione ma si rivela – minuto dopo minuto – vera e propria protagonista fatta di cemento, vetro, acciaio, luci e riflessi di fianco ai personaggi principali fatti di carne e ossa.
Tra numerose citazioni ai vari Martin Scorsese e Clint Eastwood (come lo sguardo nello specchietto retrovisore e le peregrinazioni notturne del protagonista, memento di Taxi Driver, oppure il personaggio senza nome di Gosling, chiaro riferimento al western Lo straniero senza nome), mai banali e di cattivo gusto ma – semmai – rispettose, Drive è, da un lato, un esempio di metacinema che vive di Settima arte muovendosi all’interno di essa, dall’altro è la messa in scena della storia di un eroe dei nostri tempi, figlio della contemporaneità che porta avanti un personale codice tanto etico quanto cavalleresco.
Squarci di poesia cinematografica e scoppi di insostenibile violenza

L’anonimo protagonista, difatti, non lesina a sporcarsi le mani, a uccidere e, in qualche modo, a ripulire le strade dal crimine (nonostante egli stesso sia complice ‘al volante’ di rapinatori e ladri), nel momento in cui le persone da lui amate (la giovane Irene e il piccolo Benicio) sono messe in pericolo. Ciò che più profondamente colpisce di Nicolas Winding Refn è la capacità, rispetto al romanzo originale, di far convivere, all’interno di un’opera come Drive, passato e presente: da un lato la regia è coeva alla produzione odierna e mainstream, dall’altro sprofonda, si inabissa magistralmente nelle decadi cinematografiche degli anni Settanta e Ottanta.
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Una doppia anima filmica, quindi, che suddivide Drive in due potenziali e ideali blocchi: il primo, in cui abbondano tempi lenti e dilatati, pause verbali e lunghi silenzi, sguardi che si incrociano e si soffermano a guardare la realtà metropolitana (resa ancor più ‘viva’ non solo per via dell’onnipresente città, ma soprattutto dal fatto di aver girato per davvero, on location, in quel di Los Angeles), oppure sguardi che si perdono, reciprocamente, uno all’interno dell’altro (l’amore, mai effettivamente iniziato, tra l’autista e Irene).
Il secondo, in cui ogni potenziale spiraglio di amore e possibilità di una vita tranquilla vengono, impietosamente, spazzati via dalla più cieca e inaspettata violenza criminale. De facto, sotto l’aspetto altamente patinato di Drive, si cela un Giano bifronte avente un volto votato al romanticismo struggente e un secondo volto, invece, rivolto verso una violenza disperata, nichilista e decisamente splatter che, oggi come oggi, risulta essere à la mode.
Un Neo noir da annali

Drive è, senza problemi di sorta, un film doppio così come il suo protagonista, interpretato da un Ryan Gosling in stato di grazia, qui capace di sguardi sentimentali ma anche tanto annichilenti da far gelare in sangue nelle vene, parimenti di gesti di inusitata bontà o di scioccante brutalità pur di difendere le persone che ama. Non è di meno il cast di comprimari in cui spiccano Carey Mulligan, Oscar Isaac, Bryan Cranston, Ron Perlman e Albert Brooks. Non vi è un personaggio fuori contesto, non un volto sbagliato: quello di Drive è un roster di personaggi che mostrano, perfettamente, debolezza, disperazione e spietatezza.
Cinematograficamente parlando, il thriller metropolitano di Refn è una splendida creatura nata dall’incrocio tra il cinema action e noir degli anni Ottanta, permeato da quell’estetica della violenza derivata da Sam Peckinpah e quello degli anni 2000, in cui l’utilizzo della regia digitale consegna allo spettatore un realismo ancor più immersivo e magnetico. Tra passato e presente, Drive è un perfetto omaggio cinefilo agli anni Ottanta, messo in immagini su schermo e che trapela la sua natura fin dal titolo di colore rosa shocking. Un omaggio che è anche ‘sentito’ attraverso la colonna sonora del veterano Cliff Martinez e ai brani Nightcall di Kavinsky e A Real Hero dei College che, rispettivamente, aprono e chiudono il film.
Neo noir coinvolgente e senza imperfezioni, Drive ipnotizza lo spettatore fin dalla sequenza di apertura in medias res, per poi arrivare agli ultimi e risolutivi minuti di un finale volutamente aperto. Un titolo di annali avente una potente carica estetica e visiva che, a maggior ragione, permettono di riconoscerne il titolo di capolavoro odierno.

Divoratore accanito di film, serie TV, libri e manga, ama gli anime (su tutti, Neon Genesis Evangelion) e i videogame, senza dimenticare la sua passione per la montagna. Autore di diversi saggi monografici, è un consulente editoriale con esperienza decennale, fotografo freelance e redattore per differenti siti web.
