
Distribuito in sala da Lucky Red, Dracula – L’amore perduto di Luc Besson propone una riscrittura del mito nello stile esuberante del regista francese, con alcune variazioni sul tema degne di nota.
La trama
Valacchia, 1480. Il principe Vlad (Caleb Landry Jones), impavido condottiero devoto a Dio, parte alla guida del suo esercito per respingere l’avanzata degli Ottomani. Quando la giovane moglie del conte, Elisabetta (Zoë Bleu), viene uccisa in un’imboscata e la Chiesa nega alla donna la resurrezione, il dolore del principe si tramuta in bestemmia. In preda a un furore sacrilego, Vlad profana l’altare uccidendo un sacerdote e rinnega Dio, suggellando così la propria maledizione.
Da quel momento è costretto a vagare nei secoli come vampiro, condannato alla sete di sangue e al rimorso. Ma una beffa del destino gli porge la speranza: l’incontro con una donna che sembra portare nel volto e nell’anima l’eco della sua amata perduta.

Luc Besson e l’eredità di Francis Ford Coppola

Pochi mesi fa, Robert Eggers si affrancava dai poco esaltanti risultati di The Northman con il lungamente cullato remake di Nosferatu, in cui lo strigoi baffuto e putrescente di Bill Skarsgård estendeva la propria ombra malefica su un insieme filmico di oscurità strisciante, decomposizione e improvvise incursioni nel gore. Ora è Luc Besson – lo “Steven Spielberg d’oltralpe”, il più hollywoodiano dei registi francesi – a misurarsi con il romanzo di Bram Stoker, scegliendo però una strada barocca accostabile alla trasposizione del 1992 firmata Francis Ford Coppola.
L’ispirazione coppoliana è evidente sin dall’esuberante prologo medievale, che segue passo dopo passo l’iter emotivo del conte Vlad: dall’amore passionale al ripudio della fede, fino alla condanna eterna. Gli scontri all’arma bianca tra cristiani e musulmani vivono della stessa furia cinetica del controverso Giovanna d’Arco (1999) con Milla Jovovich, fusione di accelerazioni videoclippare del montaggio e saturi colori digitali.
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La mimesi di Caleb Landry Jones (alla seconda collaborazione bessoniana dopo l’acclamato Dogman) è totale. L’attore statunitense offre una prova intensa, capace di restituire un conte di Valacchia sì sanguinario ma tendente alla malinconia, più maledetto che malvagio, un’estremizzazione de facto del romanticismo gotico che caratterizzava il vampiro interpretato da Gary Oldman trent’anni fa. Il trucco che ne deformerà le fattezze – memore dell’indimenticato lavoro coppoliano di Eiko Ishioka, ispirato all’iconografia degli Oni giapponesi – farà di lui l’emanazione perfetta di una creatura notturna non dissimile dai ratti di cui si ciba, condannata ed emarginata.
Una trasposizione all’insegna dell’eccesso

Per due ore di proiezione è impossibile non pensare al precedente di Coppola – da cui viene ripreso anche il tema della reincarnazione – o alle altre versioni del mito, da Murnau alla Hammer. Besson stesso pare perfettamente conscio dell’irreplicabilità dei suoi modelli, eppure sarebbe ingiusto limitare il film a una riproposizione uno a uno (qualcuno parla persino di plagio), trascurando la personalità del regista francese. Il fatto che il setting venga traslato dalla Londra vittoriana a una Parigi sontuosa e volutamente artefatta, o che il personaggio di Renfield sia stato ridisegnato su misura di una Matilda De Angelis vampira sensuale, sfacciata e piena di tic irresistibili, impedisce alla trasposizione di diventare troppo banale.
I tocchi puramente bessoniani funzionano a corrente alternata. I flirt con il musical e la performance profana – vedi i balli in maschera o il ‘sabba’ delle suore – si distinguono per inventiva, mentre scelte come quella dei gargoyle-gremlins, posticci servitori digitali del vampiro, risultano assai incomprensibili. Lo stesso vale per il cast: la Mina Murray di Zoë Bleu non ha il carisma di Winona Ryder, ma i mezzi toni ieratici del prete-esorcista di Christoph Waltz (il Van Helsing della situazione) sono meglio calibrati.
Dracula – L’amore perduto mantiene la promessa del titolo, radicalizzando il versante romantico a discapito degli elementi orrorifici. Non è un film da adorare o da respingere in blocco: come spesso accade con Besson – e con autori come Coppola in Megalopolis o il Ridley Scott di House of Gucci – dentro la stessa opera convivono apici sublimi e ingenuità stilistiche. Ma in un filone logoro come quello delle trasposizioni stokeriane, trovare ancora un po’ di autentica personalità non è affatto poco.

Libraio, consumatore seriale di lungometraggi con una passione famelica per tutto ciò che arriva dall’Estremo Oriente, feticista dei libri editi da Taschen. Ogni tanto scrivo cortometraggi.
