Cinquant’anni fa, John Carpenter dirigeva la sua opera seconda a basso budget che, nel corso degli anni, si sarebbe affermata come manifesto del suo cinema. Distretto 13 – Le brigate della morte è un connubio tra western urbano, thriller e orrore, un fiero esponente della shoxploitation degli anni Settanta nonché banco di prova per tutte le future tematiche ed elementi portanti del regista.

La trama

Il tredicesimo distretto di Anderson, comando di polizia nella periferia di Los Angeles, è ormai svuotato e a poche ore dalla chiusura definitiva. Quella notte, all’interno, vi si trovano solo il tenente Ethan Bishop (Austin Stoker), giovane ufficiale al suo primo incarico da comandante, le due centraliniste Leigh e Julie, e tre detenuti pericolosi trasportati da un cellulare in sosta forzata: tra loro spicca Napoleone Wilson (Darwin Joston), un condannato a morte dal passato oscuro ma dotato di un suo tortuoso codice d’onore.
La situazione precipita quando, un padre sconvolto dal dolore, entra nel distretto dopo aver assistito all’omicidio di sua figlia per mano della Voodoo, una delle gang più spietate di Los Angeles, sulla quale si è vendicato uccidendone il capo. Presto, però, centinaia di membri della gang circondano silenziosamente l’edificio, tagliando linee telefoniche ed elettricità, decisi a non lasciare uscire nessuno. Poliziotti, criminali e civili all’interno del comando sono costretti, così, a fare fronte comune per sopravvivere fino all’alba.
Un gioiello tra thriller, western urbano e orrore sociale

Per un neofita che non si è mai approcciato alla filmografia di John Carpenter, a primo acchito la trama di Distretto 13 – Le brigate della morte potrebbe sembrare quella di un semplice quanto becero B-movie delle peggiori produzioni cinematografiche. Si tratterebbe, però, di un errore alquanto grossolano considerando che, cinquant’anni dopo, si è di fronte a un cult movie inscalfibile del maestro dell’horror artigianale.
Opus secundi di Carpenter, papà di Halloween – La notte delle streghe e La cosa, Distretto 13 è, nella realtà dei fatti, uno spettacolo visivo e viscerale per ogni vero cinefilo. Sorta di remake di Un dollaro d’onore, classico di Howard Hawks, è la rappresentazione di un’incredibile quanto dura e violenta storia di sopravvivenza e lotta tra assediati e assedianti. John Carpenter, esperto indiscusso nel creare tensione a fior di pelle e scene di spavento, nella sua seconda prova di regia ha dato vita a un incrocio tra western metropolitano e thriller, in cui non mancano le contaminazioni di altri generi, in primis l’horror virato in chiave sociale.
Non per niente Distretto 13 può essere considerato, a tutti gli effetti, un film sull’orrore del reale, in cui un gruppo eterogeneo di persone si trova a dover lottare, fianco a fianco, per poter resistere al folle nemico fino all’arrivo dei rinforzi. L’epicità, così come l’innovazione per l’epoca di un tale gioiello filmico risiede in questo: mettere, in una situazione di alto rischio, poliziotti e criminali nello stesso ambiente chiuso e claustrofobico, costretti ad abbandonare i ruoli istituzionali e quello di ergastolani reietti per far fronte alla minaccia che viene dall’esterno.
Shoxploitation, psicologie eterogenee e angoscia costante
Carpenter non ha investito al massimo nei dialoghi del film, se proprio bisogna trovare un difetto, ma è riuscito a tratteggiare psicologie e caratteri di ogni singolo personaggio, su tutti quelli del tenente di polizia Ethan Bishop e del carismatico criminale Napoleone Wilson. Un duo, questo, che fa fronte alla minaccia tenendo saldo e unito l’insieme di compagni di (dis)avventura. Se da una parte Distretto 13 è una mise en scène di personalità variegate e imprevedibili, dall’altra parte l’opera n. 2 di John Carpenter rimane un saggio cinematografico sulla gestione dello spazio d’azione e della tensione: il comando di polizia in disuso si trasforma in una sorta di Fort Alamo in cui barricarsi e rispondere, senza pietà alcuna, al fuoco dei nemici, durante una lunghissima notte di terrore e caos.
A rendere ancora più angosciante e claustrofobico un titolo come Distretto 13 ci pensano la regia essenziale, geometrica e capace di sfruttare gli spazi con precisione quasi matematica in un continuo di chiaroscuri e momenti di buio da puro ambiente horror, accompagnata dalla colonna sonora, composta dallo stesso Carpenter, minimale e ipnotica basata su sintetizzatori ripetitivi che amplificano il senso di angoscia e minaccia costante.
Un titolo imprescindibile, ma non per tutti
Ciò nonostante, cinque decenni dopo è liberissimo affermare come Distretto 13 non sia un film per tutti i palati. Il lungometraggio carpenteriano rimane una pietra miliare nella storia del cinema non solo ed esclusivamente per la storia ma per aver sconvolto, ai tempi dell’uscita, con una delle più incredibili scene-shock: quella dell’omicidio a sangue freddo di una bambina. Distretto 13 rientra nel pieno filone della shoxploitation, sottogenere dell’exploitation, ovvero quella corrente cinematografica degli anni Settanta in cui violenza, morte e sesso sono mostrati sul grande schermo senza tabù o censure di alcun tipo.
Distretto 13 – Le brigate della morte, difatti, è tra i figli più puri degli anni ’70, il decennio del Nuovo Cinema Americano o New Hollywood che dir si voglia, una rivoluzione cinematografica di nuovi registi iniziata nel 1967 e improntata a sdoganare i limiti del buon costume e del rappresentabile sullo schermo. Ed è qui che si incastra, nella storia del secondo film di Carpenter, il contesto socio-politico dei tempi: l’assedio intorno alla centrale di polizia, guerriglia urbana apparentemente senza fine, diventa chiaro riferimento alla guerra del Vietnam terminata solo l’anno prima.
Echi romeriani in quello che è il manifesto di Carpenter

Distretto 13 – Le brigate della morte rimane, ancora oggi, un’opera decisamente violenta ma mai gratuita e fine a se stessa, tesa ma mai votata allo spavento per autocompiacimento. Semmai, si può affermare che si ha a che fare con la rivisitazione, in chiave metropolitana e urbana, di La notte dei morti viventi di George A. Romero: non a caso, i membri della gang che assaltano il comando di polizia sono privi di empatia, emozioni e rispondono solo alla ripetizione (quasi meccanica) della azioni volte a uccidere.
Come l’orda zombesca di Romero, i criminali carpenteriani diventano, senza giri di parole, bersagli da abbattere nel buio della notte e tra le mura del fortino, al pari degli alieni dei successivi Essi vivono e Fantasmi da Marte. Contemporaneamente, Distretto 13 è il banco di prova di Carpenter che ha, in nuce, tutte le tematiche facenti parte della sua filmografia: dalla paranoia e il terrore provenienti dall’ignoto alla la violenza umana, passando per la follia e, come già affermato, l’assedio. Leitmotiv e dinamiche sempre più ampliate e sottoposte alla macchina da presa a partire dal successivo Halloween.
Un evergreen vecchia scuola immune allo scorrere del tempo

Nel tempo, Distretto 13 – Le brigate della morte si è guadagnato il titolo di cult, influenzando non solo il cinema d’azione ma anche horror e thriller a esso successivi. Coinvolgente e sconvolgente, è un film come pochi nel suo genere, un vero caposaldo della storia della Settima arte, capace di tenere incollati alla poltrona gli spettatori cinefili amanti della vecchia scuola registica di cui, John Carpenter, è uno dei fieri rappresentanti.
Rivisto oggi, soprattutto per chi è abituato a una certa elevazione delle dinamiche d’azione, potrebbe sembrare un esperimento semplice, quasi scarno. Ma è proprio quella semplicità a renderlo così efficace: è cinema ridotto all’osso, costruito su ritmo, spazio e tensione pura. E funziona ancora, senza bisogno di effetti o spettacolarizzazione.

Divoratore accanito di film, serie TV, libri e manga, ama gli anime (su tutti, Neon Genesis Evangelion) e i videogame, senza dimenticare la sua passione per la montagna. Autore di diversi saggi monografici, è un consulente editoriale con esperienza decennale, fotografo freelance e redattore per differenti siti web.


