Devilman di Gō Nagai ha rivoluzionato la storia del manga poiché è un’opera fondamentale dell’horror giapponese e, contemporaneamente, un vero e proprio manifesto narrativo sulla fine dell’umanità, intesa non solo come evento apocalittico bensì come collasso morale, emotivo e sociale. A più di cinquant’anni dalla sua uscita, Devilman continua a essere letto, discusso e reinterpretato, dimostrando una potenza tematica e simbolica rarissima.
Un manga rivoluzionario nella storia del fumetto giapponese

All’epoca della sua pubblicazione, Devilman rappresentò una rottura netta con il manga tradizionale. Gō Nagai, già noto per opere provocatorie, utilizza l’horror e la fantascienza non come semplice intrattenimento, ma come strumenti di critica sociale. Il manga introduce una narrazione cupa, violenta e priva di consolazione, in cui la distinzione tra bene e male viene progressivamente demolita. Non ci sono eroi invincibili né finali rassicuranti: c’è solo l’umanità messa di fronte alle proprie paure più profonde.
Il protagonista, Akira Fudo, si fonde con un demone per combattere l’invasione infernale e salvare il genere umano. Nasce così Devilman, una creatura che incarna perfettamente il dualismo centrale dell’opera: corpo demoniaco, cuore umano. Ma Devilman ribalta presto le aspettative. I veri mostri non sono i demoni, bensì gli esseri umani incapaci di gestire la paura, pronti a cedere all’odio, alla violenza e all’isteria collettiva. La trasformazione di Akira diventa, allora, simbolica: è l’umanità stessa a perdere la propria forma morale.
Il vero orrore di Devilman: la violenza collettiva

Uno degli aspetti più sconvolgenti del manga è il modo in cui racconta la degenerazione sociale. La paura del diverso, il sospetto, la propaganda e il desiderio di trovare un nemico portano a una spirale di violenza incontrollata. Gō Nagai mostra come, in situazioni estreme, l’uomo possa diventare più crudele di qualsiasi demone. È qui che Devilman assume una dimensione profondamente politica e filosofica, anticipando temi che oggi risultano drammaticamente attuali come l’intolleranza, la guerra e la disumanizzazione.
Dal punto di vista visivo, Devilman è altrettanto radicale. Il tratto di Gō Nagai è sporco, aggressivo, spesso volutamente sgradevole. I corpi si deformano, i volti si contorcono, le tavole sembrano urlare. Non c’è ricerca di bellezza estetica, ma di impatto emotivo. Il disegno diventa un’estensione del caos narrativo e psicologico, amplificando il senso di angoscia e perdita che permea tutta l’opera.
Un’apocalisse senza redenzione

A differenza di molte narrazioni apocalittiche, Devilman non offre una via di salvezza. Non c’è redenzione collettiva, né un messaggio di speranza facile. L’apocalisse raccontata da Gō Nagai è totale, definitiva, emotivamente devastante. Ed è proprio questa scelta radicale a rendere il manga indimenticabile. Devilman non vuole rassicurare il lettore, ma costringerlo a guardare in faccia le conseguenze delle proprie azioni, individuali e collettive.
Rileggere Devilman oggi significa confrontarsi con un’opera che parla ancora di noi: delle nostre paure, delle nostre divisioni, della nostra incapacità di convivere con il diverso. È un manga che fa male, che lascia il segno e che continua a interrogare chi lo legge. Un classico senza tempo, non perché sia ‘datato’, ma perché è tragicamente attuale. Devilman non è solo un pilastro del manga horror, bensì una delle più potenti riflessioni mai scritte sull’essere umano, un’apocalisse del mondo e della coscienza. E forse è proprio per questo che, ancora oggi, non smette di farci paura.

Divoratore accanito di film, serie TV, libri e manga, ama gli anime (su tutti, Neon Genesis Evangelion) e i videogame, senza dimenticare la sua passione per la montagna. Autore di diversi saggi monografici, è un consulente editoriale con esperienza decennale, fotografo freelance e redattore per differenti siti web.
