Diretto da David Milesi, co-scritto, co-prodotto e interpretato da Diandra Elettra Moscogiuri affiancata da Yoon C. Joyce, Dead Star è un interessante film che ibrida noir e dramma in una storia a metà strada tra metacinema e metanarrazione. Disponibile su Amazon Prime Video.

La trama

Alle prese con un progetto filmico che sta naufragando, il regista Claudio Nervi (Yoon C. Joyce) e la produttrice Lucia Neve (Margherita Scotti) tentano di risollevarne le sorti cercando l’attrice giusta. Durante un’audizione, si presenta l’enigmatica Stella (Diandra Elettra Moscogiuri) la quale, chiacchierando con i due, confessa di conoscere molto bene la sceneggiatura del film poiché, questa, è la storia di come lei è morta.
Tra sperimentazione e richiami al cinema d’autore

A metà strada tra il dramma esistenziale e il noir, Dead Star di David Milesi è un film indie decisamente lontano dai lidi del mainstream e più vicino alle visioni d’autore disturbanti alla David Lynch. Infatti, nei 65 minuti che compongono il mediometraggio, è impossibile non percepire quel sentore di inquietudine e perturbante che hanno fatto, della filmografia del compianto regista di Velluto blu, un punto di riferimento imprescindibile nella storia del cinema.
Sia chiaro, Dead Star non vive di cliché, tantomeno di citazionismo: semmai rende omaggio – con estrema passione – alla Settima arte trovando il suo giusto approccio comunicativo. Il lavoro di David Milesi è un sorprendente racconto metacinematografico, è cinema nel cinema, e per far sì che ogni tassello del mosaico vada al suo posto, regista e sceneggiatrice si sono affidati alla metanarrazione.
Dead Star è come una matrioska, un film nel film, una storia dentro la storia in una cornice di cultura pop, reference e tanta sperimentazione. Corroborata da un impianto scenotecnico notevole – in cui spiccano fotografia e inquadrature fatte di primi e primissimi piani – nonché dalle interpretazioni sentite, la sceneggiatura del film prende sagacemente vita nelle immagini, consegnando allo spettatore una storia dai contorni sì torbidi ma mai gratuiti, una discesa all’inferno (in terra) in scenari simil paradisiaci e cristallizzati, quasi a voler rimarcare la duplice natura di Dead Star, ossia quella di dramma e noir.
Metacinema per parlare di cinema (ma anche di attualità)

Come già affermato, Dead Star è un puro esempio di metacinema. Tuttavia, questa sua natura non è peculiarità – solo ed esclusivamente – in funzione delle vicende poste al suo centro, bensì spunto di riflessione sulla condizione dell’arte cinematografica in Italia. Il regista ormai disilluso a cui presta il volto Yoon C. Joyce, la produttrice rassegnata di Margherita Scotti e Stella, l’aspirante attrice di Diandra Elettra Moscogiuri, non sono semplicistiche figure archetipiche ma metafore, voci e fisicità di tanti addetti ai lavori che, nel Bel Paese, ancora non riescono a trovare la propria dimensione professionale e, così, dimostrare la propria valenza.
Non a caso, gli scorci pugliesi di Dead Star, tra location più naturalistiche e altre decisamente più urbane, trasmettono allo spettatore la sensazione di non luogo, di posti fermi nel qui e ora, fuori dal fisiologico flusso temporale. Un messaggio, questo, che arriva forte agli occhi e al cervello dei fruitori del film di David Milesi e che si può tradurre, post visione, come status emotivo di quanto precedentemente affermato.
Ciò nonostante, Dead Star non si sofferma solo sulla situazione cinematografica in Italia ma, del Paese, pone sotto la lente anche quelli che sono i fatti di cronaca quotidiani. Conflitti latenti e pronti a detonare, insoddisfazione e quella voglia di svoltare la propria esistenza portano i protagonisti di Dead Star in un gorgo oscuro, ossessivo e senza potenziali vie d’uscita. E qui, in questo abisso che si spalanca davanti agli occhi, gli stilemi del noir prendono il sopravvento per portare la storia verso evoluzioni inaspettate.
Un film indipendente necessario e da scoprire

David Milesi e Diandra Elettra Moscogiuri hanno centrato il bersaglio: Dead Star non è entertainment ma un saggio visivo sul cinema e sui rapporti umani. Una creatura ibrida che, tra onirismo, metanarrazione e riferimenti parla di cinema e parla al cinema e, nel fare questo, dialoga – soprattutto – con lo spettatore affinché, quest’ultimo, si svegli da un certo tipo di letargia dettata dalle produzioni mainstream.
Un film indipendente, sì, ma anche necessario e da scoprire. E grazie ad Amazon Prime Video, adesso, tutto questo e possibile (e doveroso).

Divoratore accanito di film, serie TV, libri e manga, ama gli anime (su tutti, Neon Genesis Evangelion) e i videogame, senza dimenticare la sua passione per la montagna. Autore di diversi saggi monografici, è un consulente editoriale con esperienza decennale, fotografo freelance e redattore per differenti siti web.
