
Dario Distasi, in un’intervista rilasciata ai nostri microfoni, ha parlato del suo ultimo singolo Where The Wind Blows. Ma non solo
Dopo l’esperienza nella scena Britpop di Manchester e le registrazioni a Nashville, Dario Distasi torna con un brano cantautorale di rara eleganza. Where The Wind Blows non è solo una canzone, ma un atto di coraggio: il racconto di quel momento esatto in cui decidiamo di smettere di assecondare gli altri per ritrovare la nostra natura più autentica, anche a costo di veder crollare tutto e ricominciare da zero.
Dario Distasi ha parlato di questo pezzo in un’intervista rilasciata ai nostri microfoni.
Com’è nato il brano Where The Wind Blows?
«Alla chitarra, in un momento nel quale non avevo programmato di scrivere musica nuova. I brani che mi soddisfano di più nascono spesso così. Quando quello che suonavo e canticchiavo mi ha colpito, ho capito che sapevo già di cosa avrebbe parlato».
Nel pezzo, il protagonista sceglie di smettere di cambiare se stesso pur di compiacere gli altri. Pensi che questa tendenza a compiacere gli altri sia un problema che riguarda quest’epoca?
«Probabilmente sì. La nostra è l’epoca delle aspettative. Dobbiamo essere multitasking, bravi in tutto, formalmente inattaccabili… Mai pronti a mostrare una debolezza. Questo tocca i rapporti interpersonali e influenza le nostre vite».
C’è una frase specifica di Where The Wind Blows che consideri il vero cuore pulsante del brano?
«“I’ve tried my best being what you wanted, thanks I’m fine”. L’estremo tentativo di assumere forme non nostre si trova già qui all’inizio del brano. Arrivare a voler accettare un cambiamento imposto è scalare una montagna, ma dalla cima a volte ci si chiede se non sia piuttosto più giusto tornare indietro».
Hai detto che questo brano ha rappresentato un modo di allontanarsi dal mio stile di songwriting: cosa c’è dietro questa scelta?
«La necessità di libertà artistica. Non riesco a sentirmi ingabbiato nei panni di un artista settoriale. Sto maturando la convinzione che ogni mia release debba essere un mondo a sé, e proprio per questo apprezzo sempre di più quello che faccio. Lo sento nuovo».
Nel videoclip hai trasformato una libreria in un palcoscenico tanto colto quanto intimo e malinconico: com’è nata quest’idea?
«Da un lato, dalla mia passione per il cinema e per Woody Allen. L’atmosfera dei suoi film è stata in questo caso la scintilla che mi ha fatto capire che genere di mood visivo cercavo. Il videoclip per me è sempre essenziale e ho avuto la fortuna di lavorare con ottimi registi; in questo caso, Diego e il suo team sono stati molto bravi a capire ciò che avevo in mente».
Hai detto che, per questa canzone, hai diviso il lavoro in più momenti. In quest’ideale percorso a tappe, quale potrebbe essere quella successiva?
«Ho affrontato un lato della mia scrittura. Come ho promesso ai miei ascoltatori, voglio riempire questo 2026 di musica e credo che il prossimo brano mi vedrà spostarmi in territori più istintivi e leggeri».

Non analizzo spartiti, interpreto emozioni. Lascio volentieri il righello del tecnicismo ossessivo ai diplomati al Conservatorio e la bava del purismo ai tuttologi del web. Tengo il sarcasmo per chi è convinto che la musica sia una gara di ginnastica o un concorso a premi, anziché un modo viscerale di urlare cosa si ha dentro. Se cercate una pagella o una recensione arida da periti fonici, citofonate altrove; se invece volete capire perché quel disco o quella canzone vi ha cambiato la vita, potreste essere nel posto giusto.
