Compie settantacinque anni Tsui Hark, figura chiave e innovatrice del cinema di Hong Kong. Dangerous Encounters of the First Kind, suo terzo lungometraggio, ne rivela già l’energia corrosiva: un ritratto spietato della gioventù urbana e, insieme, l’opera più estrema della sua filmografia.

Un romanzo di formazione deviata

Dangerous Encounters of the First Kind (1980), terzo lungometraggio del maestro hongkonghese Tsui Hark, affresca con stile cupo e radicale la gioventù urbana nell’ex colonia britannica, troppo nichilista per il cinema commerciale locale, troppo violento e politicamente sovversivo per rientrare nelle convenzioni internazionali del periodo. Al centro della narrazione vi è un terzetto di teppisti alienati, Paul, Lung e Ko, privi di riferimenti familiari o prospettive, e la giovane Wan-chu (Lin Chen-Chi), sadica e manipolatrice catalizzatrice di una spirale di violenza sempre più estrema. Il loro incontro, lungi dal generare un rapporto d’amicizia solidale, si farà convergenza distruttiva in cui la violenza diverrà unico linguaggio condiviso.
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Fin dalla sequenza iniziale – che combina tramite montaggio parallelo un attentato dinamitardo in un cinema e le torture ai danni di alcuni topi – il film ha il DNA di un racconto di formazione deviata, una discesa irreversibile nello sbando morale della società.
Il vuoto sociale di Hong Kong

Lontano dall’immagine di autore votato al wuxia e all’azione cinetica, Tsui Hark costruisce qui una rigorosa progressione drammatica di disagio generazionale. L’assenza di figure genitoriali o strutture di sostegno trasforma i protagonisti in soggetti senza bussola, costretti a costruire il proprio futuro sull’azzardo e sull’annientamento. Qui, Hong Kong non ha nulla dell’avveniristico porto di cemento e acciaio che segna un ponte economico e culturale tra Oriente e Occidente: emerge come luogo in cui è facile reperire materiali per costruire bombe, ma quasi impossibile trovare una direzione esistenziale sana.
A questo si intreccia l’esplicita sfiducia nelle istituzioni, che qui prende corpo nella figura del poliziotto Tan (Lo Lieh), brutale e incompetente fratello maggiore di Wan-chu, mentre la presenza di contrabbandieri d’armi occidentali introduce una componente anti-imperialista che riflette le tensioni identitarie della Hong Kong di fine anni Settanta. Ne risulta un affresco sociale segnato da precarietà e risentimento. A ritagliarsi una dimensione individuale in tutto il quadro di personaggi è ovviamente Wan-chu, la cui crudeltà destabilizza il gruppo e ne accelera la deriva. In lei convergono le pulsioni viscerali dell’exploitation e una più raffinata analisi psicologica: la violenza gratuita che produce coincide con un bisogno disperato, patologico, di controllo e riconoscimento. Attraverso il suo sguardo e le sue azioni, la dissoluzione di qualsivoglia purezza nei legami giovanili è totale.
Estetica dell’eccesso e radicalità

Dangerous Encounters of the First Kind rivela tutti i crismi della regia di Tsui Hark, nervosa, in movimento perenne. Carrelli improvvisi, insistiti dutch angle e montaggio accelerato traducono visivamente la continua instabilità delle vicende e il disordine interiore dei personaggi. E in particolare l’uso claustrofobico degli ambienti – condomini sovraffollati, vicoli angusti, periferie dominate da cimiteri – spinge ogni sequenza verso il suo inevitabile punto di rottura. Praticamente tutto ciò che sarebbe stato Time & Tide vent’anni dopo, ma senza i galloni di sangue e cattiveria (e con un budget più generoso) di quest’opera deliberatamente sgradevole.
Le sequenze di violenza esplicita, dalle (vere) crudeltà sugli animali al sanguinoso finale, rifiutano qualsiasi attenuazione e, insieme all’uso stridente, riciclato di musiche dei Goblin, sottolineano la totale assenza di limiti etici nell’universo rappresentato. D’altronde, ci pensa la stessa storia censoria dell’opera, con tagli pesanti alla versione originale e il successivo ripristino delle sequenze, a confermarne la natura controversa. Quella stessa radicalità che ne ha consolidato lo status di caposaldo della Hong Kong New Wave.

Libraio, consumatore seriale di lungometraggi con una passione famelica per tutto ciò che arriva dall’Estremo Oriente, feticista dei libri editi da Taschen. Ogni tanto scrivo cortometraggi.
