Per i sessantacinque anni del sensei Hideaki Anno, abbiamo rivisto Cutie Honey. Ispirato all’omonimo personaggio di Go Nagai, rappresenta il manifesto teorico del tokusatsu secondo l’autore di Neon Genesis Evangelion.
In origine fu Go Nagai
Nel 1973 Go Nagai creò con Cutie Honey uno dei prototipi delle magical girls alla Sailor Moon (le eroine trasformiste dell’animazione giapponese). Autore iconoclasta, Nagai rivoluzionò il mecha (Mazinga Z, Ufo Robot Grendizer) e il genere erotico-horror (Devilman, Violence Jack), configurando uno stile personale che pone l’accento su pulsioni sessuali, critica sociale e totale anarchia narrativa. Cutie Honey si presentò al pubblico come una tradizionale serie action per ragazzi, salvo poi segnare una tacca provocatoria nell’immaginario popolare grazie alla sua protagonista forte, disinibita ed emancipata. L’adattamento cinematografico che ne fece Hideaki Anno nel 2004 arrivò in una fase in cui il cinema giapponese stava scoprendo il piacere della rivisitazione live action di franchise storici degli ambiti manga e anime. Si trattò di un esperimento ardito, uno spazio laboratoriale dove testare ossessioni poi affinate negli ambiziosi “progetti Shin”.

Il tokusatsu d’autore secondo Hideaki Anno
Chi conosce Anno solo per Neon Genesis Evangelion rischia di vedere in Cutie Honey uno scherzo di cattivo gusto. Eppure sotto la patina sbrilluccicante e sopra le righe pulsa un cuore alimentato da citazionismo, frenetici elementi di commedia d’azione e spiritualità shintoista. Scottato dalla ricezione non entusiasta dei precedenti, personalissimi Love & Pop e Ritual, Anno ha dirottato su un’estetica più leggera, omaggio e riscrittura del genere tokusatsu (i telefilm giapponesi con effetti speciali). Cutie Honey è pensato per gli appassionati storici dell’originale ma anche per rivolgersi a nuove generazioni. Il risultato si muove tra i riferimenti al mahō shōjo, l’eroismo vintage anni Settanta e la malinconia latente tipica di Evangelion.
Il film ha una struttura molto semplice. Honey Kisaragi, impiegata sbadata di Tokyo, è in realtà un androide dal cuore puro e dotata di forza sovrumana, capace di trasformarsi in una supereroina grazie al misterioso I-System. Intenta a indagare su una serie di rapimenti, Honey scopre i piani del gruppo terroristico Panther Claw, guidato dall’annoiata Sister Jill, intenzionata a impossessarsi dell’I-System per ambire a una bellezza divina. In mezzo ci sono alleati improbabili e una galleria di nemici sopra le righe. Anno, dunque, trasforma Cutie Honey in una parodia dei feticci otaku, tra armature plasticose e sessualizzazione dei personaggi femminili esagerata, impossibile da prendere sul serio. Visivamente, Cutie Honey è un banchetto psichedelico per lo sguardo. Costumi sgargianti, CGI volutamente dozzinale, dutch angle e un parossistico gusto per il kitsch vengono sostenute dalle musiche originali dell’anime, che vanno ad accentuare la giocosità del tutto. I temi cari ad Anno sono comunque presenti: i concetti di identità, solitudine di un’eroina dal corpo artificiale e il rapporto con la tecnologia fanno capolino tra una gag e una zuffa.

Uno sfortunato esperimento
Dopo una gestazione travagliata – difficoltà di casting e tagli di budget – Anno trova in Eriko Sato la sua Honey Kisaragi. Ex modella carismatica, candida e sexy, infantile ma inarrestabile, dalle espressioni cartoonesche, Sato si dimostra perfettamente a suo agio nelle astruse pose plastiche richieste dalla tecnica “Honeymation” — un espediente che simula l’effetto anime attraverso immagini statiche montate a ritmo frenetico. Una scelta dettata da necessità economiche, ma funzionale alla cifra stilistica. Nonostante questo fermento creativo, Cutie Honey è stato un insuccesso commerciale. Complice la concorrenza di live-action coevi – come Devilman e Kyashan – La rinascita – il film ha incassato solo 4 milioni di dollari e causato il fallimento della casa di produzione Towani. In Italia ha avuto una limitatissima distribuzione home video, con un doppiaggio d’ottima qualità guidato da Deborah Magnaghi.
Per i fan del regista, Cutie Honey getta uno sguardo su un Hideaki Anno di transizione, intento a scrollarsi di dosso i fantasmi di Evangelion (anche se la tetralogia Rebuild era prossima ventura). Per un pubblico più generico, abituato a ben altri budget e messinscene dai cinecomic americani, il film può spiazzare con la sua scanzonata vitalità. La stessa che non mancherà di ricordarci quelle vecchie, polverose VHS dedicate agli anime della nostra infanzia, di cui Hideaki Anno stesso è notoriamente cultore.

Libraio, consumatore seriale di lungometraggi con una passione famelica per tutto ciò che arriva dall’Estremo Oriente, feticista dei libri editi da Taschen. Ogni tanto scrivo cortometraggi.
