Qualcuno ha detto “Capodanno cinese”? Il 2026 è l’Anno del Cavallo, e per l’occasione consigliamo dieci titoli imperdibili provenienti da Hong Kong, Taiwan e Mainland, realizzati da grandi maestri e dotati registi di genere.

The Fate of Lee Khan (King Hu, 1973)

Nella Cina soggiogata dai mongoli, il generale Lee Khan e la sorella Wan’er raggiungono la sperduta Locanda della Primavera con l’obiettivo di impadronirsi di una mappa che svela l’ubicazione dei ribelli cinesi. A contrastarli ci sono la scaltra locandiera Wan Jen-mi, il suo manipolo di cameriere tutt’altro che innocue e un gruppo di combattenti infiltrati. I primi quaranta minuti di The Fate of Lee Khan si muovono con il passo brillante di una commedia d’azione: si introduce il microcosmo umano della locanda, alternando gag, doppi giochi e improvvise dimostrazioni di abilità marziali, mentre la clientela si fa via via più losca.
Un crescendo apparentente leggero che, all’arrivo di Lee Khan, s’incupisce: la paranoia prende il sopravvento e l’atmosfera si carica di tensione. Da qui in avanti il regista King Hu si affida alle magnifiche coreografie wuxia di Sammo Hung, che conducono a un confronto finale di rara ferocia, immerso in un paesaggio desertico valorizzato da un sontuoso widescreen. Pur oscurato dalla fama di Dragon Inn e A Touch of Zen, è un gioiellino che merita di essere riscoperto anche per aver promulgato la presenza femminile forte e centrale nell’azione.
Keep Cool (Zhang Yimou, 1997)

Un amante respinto cerca vendetta contro l’uomo che gli “rubato” l’amore; un passante, testimone oculare dell’aggressione pubblica commessa dal ricco ai danni dell’amante, chiede un risarcimento economico per il computer distrutto. È uno Zhang Yimou quello di Keep Cool, più orientato alla commedia e alla farsa. La cifra grottesca di una trama tortuosa e piena di personaggi bizzarri ben si accompagna allo stile frenetico e instabile delle immagini: lavorando principalmente di macchina a mano e montaggio ipercinetico, Zhang vortica attorno ai protagonisti, imprime energia nervosa alle loro contese amorose, spinge sulle deformazioni grandangolari e sui lens flare in scene di dialogo una più surreale dell’altra. Per come descrive la frenesia pechinese nel nuovo secolo, si può quasi considerare un contraltare “modernizzato” e convulso de La storia di Qiu Ju.
Ab-normal Beauty (Oxide Pang, 2004)

Jiney, studentessa d’arte di Hong Kong appassionata di fotografia, tanto brillante quanto antipatica, assiste a un incidente stradale e sviluppa l’ossessione morbosa per le immagini macabre, che poco a poco riveleranno i traumi sepolti e non elaborati della ragazza. Sembra un Martyrs ante-litteram, questa opera in solitaria di Oxide Pang, metà del duo responsabile della trilogia di The Eye, che parte come un thriller psicologico che esplora i temi di morbosità dello sguardo, abusi sessuali su minori e pulsione suicida. Il montaggio frammentato, in sintonia con la mente disgregata della protagonista, scandisce un percorso che dal dramma introspettivo sfocia nei bassifondi di Hong Kong e nel torture porn, con l’arrivo di una misteriosa VHS che ne altera bruscamente la rotta.
Più grezzo e a tratti abbozzato di The Eye (con l’eccezione di Jiney, tutti i personaggi secondari sono semplici figure funzionali allo sviluppo della trama e nulla di più), Ab-normal Beauty ne costituisce comunque un interessante controcampo: dopo aver assistito all’esplorazione di un mondo popolato di fantasmi da parte di una ex non vedente, stavolta il viaggio è interiore, contornato da cromatismi acidi e lordura urbana.
Aftershock (Feng Xiaogang, 2010)

La locandina di Aftershock promette un disaster movie. Il film consegna qualcosa di molto più intimo: un dramma familiare che si estende per tre decenni di storia cinese, con il terremoto di Tangshan del 1976 come ferita d’origine. Feng Xiaogang usa il catastrofismo come cornice di un viaggio verso la normalità attraverso il trauma. Le sequenze sismiche travolgono per realismo, ma è nei momenti quieti che il racconto delle piccole vicende quotidiane dei personaggi all’indomani della catastrofe tesse il reale elogio alla resilienza con caratteristiche cinesi.
Qualche raccordo troppo brusco e una breve sezione canadese che stona sono piccoli difetti in un film recitato con gran pathos, capace di leggere le trasformazioni di una nazione attraverso l’utilizzo degli spazi urbani.
Fuochi d’artificio in pieno giorno (Diao Yinan, 2014)

Fuochi d’artificio in pieno giorno di Diao Yinan, salutato con entusiasmo dalla critica ma accolto più tiepidamente da una parte del pubblico, è un neo-noir rigoroso che aderisce ai codici del genere — a partire dal protagonista, un poliziotto caduto in disgrazia, ruvido e autodistruttivo — e li trapianta nelle periferie meno turistiche della Cina contemporanea. Spazi innevati e lividi, illuminati da neon freddi, dove la violenza è una presenza endemica, i segreti vengono sepolti sotto le aiuole e i personaggi arrancano dietro alle trasformazioni vertiginose del proprio Paese, in un clima che richiama certe inquietudini del cinema di Jia Zhang-ke. A catalizzare lo sguardo del protagonista (e il nostro) ci pensa, manco farlo apposta, la figura della femme fatale, col volto candido e impenetrabile di Gwei Lun-mei: presenza silenziosa e magnetica, insieme vittima e detonatore di tragedie, capace di attrarre e risucchiare chiunque ne incroci la vista.
Manhunt (John Woo, 2017)

John Woo si ricongiunge a quel genere hard-boiled che lui stesso ha contribuito a definire. Nel suo intreccarsi corale di complotti farmaceutici e corruzione della polizia, il plot propone il tradizionale dualismo cacciatore-preda tipico del regista, attorno al quale si muovono carismatiche sorellastre-killer, la collega spasimante del detective protagonista, la vedova di un ricercatore smaniosa di giustizia. Tutto molto classico, devoto all’illustre passato e a tratti persino canzonatorio nei confronti di uno stile definito (e inflazionato dai numerosi epigoni), che qui risulta persino esasperato ai limiti dell’autoparodia.
Manhunt preme l’acceleratore sui dettagli di una fredda fotografia digitale per le spettacolari, funamboliche panoramiche degli scenari ipertecnologizzati di Osaka, in una continua danza di pallottole sino-giapponesi, dissolvenze incrociate, rallenty, colombe in volo, molteplici soggettive e coreografie balistiche (nelle quali Woo rimane maestro) che più articolate non si può. Il piglio del regista si nota anche nella direzione degli attori: il corpo del Tom Cruise d’Oriente Zhang Hanyu si avvicenda a colleghi di prima fascia, la dolente assassina Ha Ji-won in primis.
Un lungo viaggio nella notte (Bi Gan, 2018)

Era da Millennium Mambo di Hou Hsiao-hsien, probabilmente, che non si vedeva un film così puntuale nell’oggettivare il flusso di coscienza, la frammentazione delle unità di spazio e tempo. Il ritorno di Luo Hongwu (Huang Jue) nel suo paese natale diventa motivo per cercare proustianamente l’amore perduto (quanto stanno bene a Tang Wei, gli abiti verdi?), in un fitto dedalo di memorie vere o immaginate, dalle quali forse si può sfuggire solo librandosi in aria o cercando la sicurezza della sala cinematografica.
140 minuti densi e non lineari, che se nella prima metà hanno i tratti del melò-noir scandito dalla malinconica voce narrante del protagonista (alle prese con lutti e legami criminosi), nel secondo atto muta in piano-sequenza arditissimo, con macchina da presa e droni che avvolgono i personaggi come quelle atmosfere notturne evocate dal titolo.
Nezha (Jiaozi, 2019)

Scritto e diretto da Jiaozi, il film divampa con uno stile visivo frenetico, apocalittico, elementale, che chiaramente assimila la lezione di alcuni grandi successi animati occidentali come Kung Fu Panda o Frozen. Lo si nota nella vastissima schiera di pittoreschi mentori spirituali, nel ricorso alla gag fisica, nelle immagini che tracciano sempre più ipnotiche geometrie di fuoco, acqua e ghiaccio. Al centro di una storia intricatissima, persino strabordante, c’è il viaggio iniziatico di uno yao guai – un demone della tradizione cinese – alle prese con la scoperta dell’amicizia e con la propria natura distruttiva. Un’autentica celebrazione del puro spettacolo.
The Breaking Ice (Anthony Chen, 2023)

L’acqua, presente nella doppia forma liquida e solida (il ghiaccio evocato dal titolo, i cubetti sgranocchiati nevroticamente da Liu Haoran, le lastre che ricoprono i paesaggi sul confine tra Cina e Nord Corea), è il conduttore dei legami tra tre protagonisti estraniati e insoddisfatti, che cercano loro stessi e finiscono per trovarsi uniti dalle circostanze, a condividere pochi giorni d’intimità in bilico tra amicizia e romanticismo.
Il pensiero ovviamente va a Truffaut e a Jules et Jim, ma The Breaking Ice, il primo lavoro in terra cinese del singaporiano Anthony Chen è per prima cosa esternazione di inquietudini, catarsi collettiva da una routine insoddisfacente e malinconica, frammenti di vita e spensieratezza tra meravigliosi scenari innevati (naturali e urbani). Molti gli spazi vuoti e le ambiguità di concetti non approfonditi, da riempire con il proprio vissuto, per meditare su ogni piccolo gesto o sguardo in grado di raccontare una storia.
Generazione romantica (Jia Zhang-ke, 2024)

Una modella si mette in cammino per ritrovare l’uomo che l’ha abbandonata. Sarebbe troppo facile ridurre Generazione romantica a questo stralcio di sinossi, perché il regista Jia Zhang-ke va addirittura oltre: mette insieme frammenti di riprese svoltesi nel corso di vent’anni, intersecando una ricerca personale ai radicali mutamenti della Cina contemporanea, dall’avvento delle intelligenze artificiali all’epidemia di Covid-19, dalla presenza sempre più ingombrante di TikTok alle radicali trasformazioni del paesaggio di Datong – la costruzione della diga delle Tre Gole.
In questo affresco di inesorabile e progressiva disumanizzazione, si prova lo stesso spaesamento della coppia protagonista (su cui impera la magnetica Zhao Thao), mentre la modernità avanza e si assiste al cupio dissolvi di un passato pregno di cultura. Molto suggestivo.

Libraio, consumatore seriale di lungometraggi con una passione famelica per tutto ciò che arriva dall’Estremo Oriente, feticista dei libri editi da Taschen. Ogni tanto scrivo cortometraggi.
