
Call of the Night è più di un semplice shōnen di stampo RomCom: tra momenti slapstick, un pizzico di horror, situazioni surreali e il giusto touch drammatico, l’opera di Kotoyama nasconde, nelle sue tavole, una profondità non indifferente. Nonostante le avventure notturne dell’adolescente Kō Yamori e della vampira Nazuna Nanakusa siano, di recente, giunte al termine (anche se continuano a vivere nella trasposizione anime giunta alla seconda stagione), Call of the Night merita di essere posto sotto la giusta lente interpretativa, cosicché da farlo conoscere a chi, ancora, non ha avuto modo di leggere e vivere le sue vibes chill.
Peregrinazioni notturne per colmare la solitudine e l’insoddisfazione

Troppo riduttivo liquidarlo come semplice manga shōnen dal taglio RomCom, Call of the Night di Kotoyama è una di quelle opere che, dietro un’elevata dose di spensieratezza, politicamente scorretto, doppi sensi piccanti, situazioni alquanto slapstick e un pizzico di horror nasconde un animo pregno di tematiche talmente profonde che emergono tankōbon dopo tankōbon, mentre la storia principale si arricchisce di backstory e colpi di scena.
Il ‘fortuito’ incontro tra lo studente quattordicenne Kō Yamori e la vampira Nazuna Nanakusa è il trigger point narrativo che innesca il lungo percorso esistenziale di entrambi (e non solo). I due trasformano i loro incontri in una ritualità atta a farli evadere dal senso di vuoto, inadeguatezza e mancanza di soddisfazione che attanaglia le loro vite: Kō ha perso la voglia di essere uno studente modello e frequentare la scuola ed è in cerca di nuovi stimoli, mentre Nazuna combatte contro la noia di essere una creatura che trascende il tempo e, dunque, ‘condannata’ a un potenzialmente eterno ciclo di vita con uno scopo: creare la propria progenie.
L’atmosfera notturna come ricerca del sé

Per tale motivo, Nazuna e Kō trasformano la notte nel loro personale ‘parco giochi’ che assurge a spazio liberatorio in cui, disinibizione e apertura verso nuove esperienze sono le parole d’ordine.
Così, si assiste al rifiuto della vita ordinaria e all’evoluzione, sul piano narrativo, dello sfondo d’azione delle vicende: in Call of the Night la notte non viene utilizzata come mera ambientazione, bensì viene elevata a vera e propria protagonista di abbacinante bellezza, con un cielo talmente stellato e infinito da sembrare, a momenti, fantascientifico, tale da trasmutare in simbolo di libertà e introspezione tanto psicologica quanto esistenziale.
Infatti, col procedere dei capitoli si comprende come, dietro le apparenze, si cela ben altro: dai traumi all’abbandono, dall’incapacità di superare il lutto alle forme depressive, passando per l’incapacità di comunicare e le difficoltà relazionali e sociali.
Nascosta dai modi spigliati e dal linguaggio sboccato di Nazuna e dall’apatia – quasi atarassica – di Kō vi è la necessità di cercare e trovare la propria raison d’être, leitmotiv de facto dell’intero manga.
Trauma e guarigione

Tuttavia , Call of the Night non si concentra, solo ed esclusivamente, sul rapporto tra Nazuna e Kō (nonostante sia sempre il fulcro principale della narrazione), poiché i due sono sì ‘pianeti’ principali della storia, ma intorno a loro gravitano numerosi ‘satelliti’ rappresentati dai comprimari, siano essi umani o vampiri.
L’opera di Kotoyama diventa, in questo modo, qualcosa di corale, di ampio respiro e che abbraccia background eterogenei che trovano la giusta risoluzione.
A maggior ragione, i personaggi possono essere giustamente considerati dramatis personae, ognuno con il proprio dramma interiore o difficoltà dell’essere che, tra scelte coraggiose e conquista della capacità di andare avanti lasciando indietro il passato, riescono a chiudere un capitolo della propria vita oppure a iniziarne uno nuovo e inedito, sia esso un happy end o no.
Amore (libero) e vampirismo

Al di là della componente comedy drama presente nell’opera, non va messa in secondo piano la romance tra l’umano adolescente Kō e la vampira Nazuna, che trasuda di interrogativi e scelte. Se da una parte diventa alquanto evidente come il vampirismo, in Call of the Night, sia una metafora della sessualità e della scoperta di quest’ultima nell’età adolescenziale, dall’altra parte esso diventa strumento per superare il romanticismo amoroso nel senso più classico.
È proprio questa condizione di im(possibilità) amorosa – senza entrare in zona spoiler per chi, ancora, non avesse letto nella sua interezza il manga o visto le prime due stagioni dell’anime – che permette a Nazuna e Kō di instaurare una connessione profonda, autentica e, così, attuare il riconoscimento reciproco dell’altro da sé.
Ciò che predomina alla fine di Call of the Night è il concetto di amore libero, consistente qui nel raggiungimento e nel mantenimento di uno stato sentimentale lontano da concetti, preconcetti e convezioni sociali, che fa sentire ‘vivi’ anche nella non unione canonica finché, tempo ed esistenza, concedono la fisiologica possibilità di viverla.

Divoratore accanito di film, serie TV, libri e manga, ama gli anime (su tutti, Neon Genesis Evangelion) e i videogame, senza dimenticare la sua passione per la montagna. Autore di diversi saggi monografici, è un consulente editoriale con esperienza decennale, fotografo freelance e redattore per differenti siti web.
