Vent’anni prima di Park Chan-wook e No Other Choice, è stato Cacciatore di teste di Costa-Gavras a raccontare di una figura apicale del management che risponde con violenza alla precarizzazione del lavoro.

La tragicommedia di un uomo espulso dal sistema

In Rosetta di Jean-Pierre e Luc Dardenne, era la fame a spingere l’omonima protagonista a compiere gesti estremi per trovare lavoro. Cacciatore di teste di Costa-Gavras, invece, dipinge un mondo in cui è il lavoro a definire l’identità del singolo. E se il disoccupato non esiste, non ha bisogno di un codice morale: questo è l’assunto spietato a cui si conforma l’iter tragicomico del protagonista Bruno Davert (José Garcia). Prossimo ai quarant’anni, nonché dirigente di una fabbrica di carta, Davert viene licenziato quando l’azienda per cui lavora decide di delocalizzare la produzione. Dopo due anni di disoccupazione, l’identità professionale smette di coincidere con quella personale. È da qui che prende forma la decisione di eliminare fisicamente la concorrenza.
Cacciatore di teste, ispirato al romanzo The Ax di Donald E. Westlake, funziona su un doppio registro ben calibrato. Da un lato c’è la satira feroce del turbo-capitalismo moderno, con Costa-Gavras che ribadisce – in modo didascalico ma efficace – quanto il mondo del lavoro sia una giungla regolata da leggi impersonali, in cui persino le figure apicali del management possono essere rapidamente riclassificate come esuberi. Dall’altro c’è un noir asciuttissimo, costruito su una tensione che cresce per accumulo, che non cede alla spettacolarizzazione di delitti.
Competizione e possibilità di scarto

Costa-Gavras osserva quanto la competizione non si limiti a selezionare i migliori, ma finisca per corrodere ogni forma di solidarietà, spingendo i soggetti a rivolgersi l’uno contro l’altro. In questo senso, la violenza di Davert appare conseguenza logica (pur distorta) all’espulsione dal riconoscimento sociale. La nevrosi metodica del protagonista, tanto goffa nei modi quanto lucidamente determinata, viene resa con grande efficacia dal volto rassicurante di José Garcia – e inquieta non poco, proprio perché il personaggio resta sempre riconoscibile, vicino, plausibile.
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Particolarmente degna di ulteriore riflessione è la costruzione del rapporto tra Davert e la moglie Marlène (Karin Viard), anch’essa colpita dalla perdita del lavoro ma capace di reagire in modo diametralmente opposto. Marlène non lega il proprio valore alla permanenza nel mercato occupazionale: si reinventa, trova nuovi impieghi e continua a sostenere il nucleo familiare, spesso senza un reale supporto emotivo da parte del marito. Dove la donna riesce a separare identità e funzione produttiva, Bruno rimane ingabbiato dalle pressioni sociali, interpretando ogni tentativo di dialogo come un’accusa e ogni richiesta di introspezione come un’umiliazione aggiuntiva. Vent’anni più tardi, Park Chan-wook raccoglierà le conseguenze di questa frattura, traslandola in un presente in cui il valore si è ulteriormente smaterializzato e la competizione si è fatta più astratta, continua, algoritmica.

Libraio, consumatore seriale di lungometraggi con una passione famelica per tutto ciò che arriva dall’Estremo Oriente, feticista dei libri editi da Taschen. Ogni tanto scrivo cortometraggi.
