
Controverso e iperviolento, Battle Royale di Kinji Fukasaku usciva 25 anni fa in Giappone. Rivisto oggi è capace ancora di spiazzare per come, con un quarto di secolo di anticipo, abbia previsto alcune delle dinamiche sociali odierne. Dall’alta caratura filmica, è un’opera che ha ispirato differenti media, dai videogame (PUBG) al cinema (la saga di Hunger Games e il franchise di La notte del giudizio) passando per la televisione (Squid Game). Disponibile su Amazon Prime Video.
La trama

In un futuro non ben precisato ma neanche lontano, a causa della diminuzione dell’autorità degli adulti ad appannaggio dei giovani che si macchiano di mancanza di rispetto e violenza, in Giappone viene varata la Millennium Educational Reform Act: una volta all’anno, un’estrazione a sorte prevede che un gruppo di studenti delle superiori partecipi al Battle Royale, un gioco di sopravvivenza su un’isola deserta.
Le regole sono inumane: a ogni studente viene sistemato un collare al collo, che monitora i valori vitali ma può detonare se si cerca di toglierlo, data una borsa con un’arma e generi di conforto e un solo compito, ossia uccidere gli ‘avversarsi’ in quanto, prima della scadenza dei tre giorni di durata del gioco, ne deve restare in vita soltanto uno. A sorvegliare il tutto vi è un comitato formato da militari e dal prof. Kitano (Takeshi Kitano) il quale, due anni prima, era l’insegnante del gruppo di studenti selezionati.
Un’opera profetica come non mai

Adattamento dell’omonimo romanzo di Koushun Takami, Battle Royale nel corso degli anni è diventato un vero e proprio cult per via della sua durissima storia distopica. Unendo critica sociale, satira politica e violenza estrema il film diretto da Fukasaku riflette sul rapporto tra autorità e giovani, rivelandosi oggi come oggi come un inquietante monito anticipatorio su quelle che sono le cronache odierne.
La Battle Royale Act al centro delle vicende è sì una misura punitiva, specchio riflesso di un mondo di adulti che ha perso qualsivoglia briciolo di fiducia e speranza verso le nuove generazioni, ormai totalmente ribelli e fuori controllo. Però, contestualizzando il tutto al luogo di provenienza dell’opera, essa diventa una palese metafora del sistema scolastico giapponese che, spesso, ‘schiaccia’ i propri studenti sotto l’ingente peso della disciplina, della competizione e del conformismo.
Costringendo questi a uccidersi vicendevolmente in un gioco al massacro senza esclusione alcuna, si plasma la cosiddetta perdita dell’innocenza: i partecipanti al Battle Royale, in questo modo, incarnano la brutalità di una crescita forzata, un contorto ‘rito di passaggio’ con il quale ogni briciolo dell’infanzia viene spazzato via da un mondo che pretende, a tutti i costi, maturità immediata e spietatezza.
Gioco, potere e spettacolarizzazione della violenza

Il ‘programma’ posto al centro di Battle Royale è sì presentato come un gioco corredato di regole, gadget e un preciso countdown che rende, ancora più ansiogeno, l’intero svolgimento narrativo (le zone pericolose randomizzate che vengono stabilite ora per ora, oppure il fatto che debba rimanere un unico sopravvissuto prima della scadenza di tre giorni, pena l’uccisione di tutti i partecipanti ancora in vita) ma, di ludico, non ha proprio niente in quanto, esso, è una fonte alimentante brutalità a iosa tra simili.
Tra emogoblina a fiumi e squarci di musica classica (su tutte, l’Aria sulla quarta corda di Bach già utilizzata da Hideaki Anno in una sequenza specifica di The End of Evangelion) di kubrickiana memoria che ricordano Arancia meccanica rendendo straniante e, al tempo stesso, ancora più inquietante ciò a cui lo spettatore assiste, si porta in scena un’estetizzazione della morte che riflette sul potere dei media e sulla tendenza a trasformare la violenza in intrattenimento, quel concetto di morte in diretta tramite Internet e televisione e che ha, di conseguenza, assuefatto gli spettatori.
Tutto questo diventa una tematica oggi ancora più attuale e delicata, se si pensa tanto ai reality estremi e al gaming competitivo quanto agli atti di violenza (oppure al fenomeno virale delle challenge) che vengono filmati e postati sui social come se nulla fosse.
Relazioni e fiducia in condizioni estreme

In Battle Royale amicizie, amori e alleanze vengono messi alla prova: c’è chi sceglie la via della collaborazione, chi il deplorevole atto del tradimento, altri ancora il suicidio pur di non uccidere e partecipare al computo dell’orrore. L’opera di Kinji Fukasaku è un’esplorazione radicale e viscerale dei legami umani messi sotto pressione e della difficoltà di mantenere la fiducia reciproca in un mondo che impone sospetto e paura.
In tal modo, la libertà individuale si scontra con il controllo statale, animando nei fotogrammi che compongono Battle Royale il conflitto tra l’individuo e il potere totalitario. I ragazzi gettati in mezzo alla macelleria non hanno scelta: la loro libertà viene annientata e, con essa, anche la possibilità di ribellarsi ha un prezzo altissimo.
Ciò nonostante, Battle Royale non è semplicistica spettacolarizzazione della violenza, semmai è un’allegoria spietata della società, del rapporto tra giovani e adulti e della condizione umana quando la sopravvivenza diventa l’unico obiettivo.

Divoratore accanito di film, serie TV, libri e manga, ama gli anime (su tutti, Neon Genesis Evangelion) e i videogame, senza dimenticare la sua passione per la montagna. Autore di diversi saggi monografici, è un consulente editoriale con esperienza decennale, fotografo freelance e redattore per differenti siti web.
