A pochi anni dalla sua nascita su 4chan come semplice creepypasta, il fenomeno delle Backrooms arriva al cinema grazie al suo stesso creatore, Kane Parsons. Prodotto da A24 con il sostegno di James Wan e Osgood Perkins, il film è stato distribuito in Italia da I Wonder Pictures.

La trama

Santa Clara Valley, fine degli anni Novanta. Clark (Chiwetel Ejiofor) è un architetto fallito che, ora, gestisce un negozio di mobili di dubbia qualità, nel quale trascorre ormai quasi tutto il suo tempo dopo che la moglie lo ha cacciato di casa dopo l’ennesimo litigio. La sua vita segnata dall’inettitudine si limita a quello spazio solitario, dove i muri danno accesso a un’infinita distesa di stanze vuote, identiche tra loro, illuminate da ronzanti luci fluorescenti e ricoperte da una moquette giallastra e ammuffita.
Quando l’uomo entra in contatto con le backrooms, tenta di condividere la scoperta con la sua terapeuta, l’altrettanto solitaria Mary Kline (Renate Reinsve), trovandosi davanti alla comprensibile incredulità di lei.
Dal linguaggio internettiano al grande schermo

Per chiunque abbia trascorso un po’ di tempo sul web, il termine Backrooms evoca un immaginario ben preciso. Tutto ha inizio il 12 maggio 2019, quando un utente anonimo della piattaforma 4chan pubblica la fotografia di un ufficio deserto e illuminato da luci artificiali. Il riferimento esplicito al noclip (nel linguaggio videoludico s’intende l’attraversamento accidentale di una parete dovuto a un errore di programmazione), unito alle migliaia di successivi contributi da parte degli utenti sulle varie piattaforme, ha plasmato quell’immagine semplice fino a trasfigurarla in folklore collettivo, di dimensioni globali, sugli spazi liminali: corridoi d’albergo deserti nel cuore della notte, centri commerciali chiusi, piscine svuotate, scuole vuote durante le vacanze che, privati della presenza umana e del rumore quotidiano, perdono completamente la loro valenza rassicurante.
A mettere un punto alla questione, nel 2022, è stato proprio Kane Parsons, conosciuto online come Kane Pixels. Il giovane cineasta californiano, allora diciassettenne, pubblica su YouTube un cortometraggio amatoriale in stile found footage, realizzato con il software gratuito Blender, che ha raccolto decine di milioni di visualizzazioni, traghettando così l’estetica delle Backrooms nel mainstream. Quattro anni più tardi, la nota casa di produzione A24 gli mette nelle mani un budget di 10 milioni di dollari per trasformare Backrooms in un lungometraggio per il cinema.
L’esplorazione del perturbante freudiano

Sin dall’efficace prologo che recupera la cruda, grezza estetica found-footage del cortometraggio originale, il meccanismo di Backrooms si rivolge al perturbante freudiano, ovvero quel sentimento di angoscia che sorge quando elementi intimi o quotidiani riemergono in una veste distorta quando non spaventosa. Merito, in primis, dell’impressionante set analogico di oltre 2.800 metri quadri che ha permesso allo stralunato Ejiofor e all’algida Reinsve di interfacciarsi a dimensioni parallele di corridoi infiniti e pareti gialle con la stessa ovattata immersività dei viaggi onirici o delle ore di nomad gaming. Parsons gestisce con abilità e intelligenza i meccanismi della claustrofobia e del fuori-campo che la mente riempie con i propri mostri inconsci, in equilibrio tra le grezze incursioni mockumentary e lo stile più asciutto, asettico di piani medi isometrici.
Ma se l’apparato scenografico e la direzione sono di polso, la poca esperienza di Parsons si palesa in sceneggiatura quando viene tentata la strada della razionalizzazione dell’orrore tramite affettatissimi appigli psicanalitici. Nell’ultima mezz’ora la pellicola si fa più spigolosa dal punto di vista narrativo, e i due protagonisti compiono un percorso evolutivo di cui ci viene mostrato solo lo stato iniziale e quello finale, suscitando ulteriori dubbi con una gestione acerba dei tempi e del ritmo. Al di là delle sue imperfezioni, e pur arrivando a un finale sformato e aperto a un sequel, il risultato finale offre comunque un accattivante sguardo sul sempre più intricato abbraccio tra folklore internettiano e cinema.

Libraio, consumatore seriale di lungometraggi con una passione famelica per tutto ciò che arriva dall’Estremo Oriente, feticista dei libri editi da Taschen. Ogni tanto scrivo cortometraggi.
