In occasione dei 70 anni di Mel Gibson ripercorriamo Apocalypto, un film che mentre fa spettacolo popolare si interroga sulla violenta perpetuazione della civiltà.

La trama

America Centrale, XVI secolo. L’arrivo dei conquistadores spagnoli sta per spazzare via l’ormai decadente civiltà Maya. Per placare e ingraziarsi il sanguinario Dio Sole, i guerrieri holcane danno inizio a terribili incursioni ai danni delle tribù che vivono pacificamente nelle giungle dello Yucatán, con lo scopo di destinarle al sacrificio umano.
In uno di questi villaggi vive Zampa di Giaguaro (Rudy Youngblood) che, riuscito rocambolescamente a scampare alla morte, è costretto a una corsa disperata: braccato e ridotto a sopravvivere come una fiera, dovrà lottare contro il tempo e contro i suoi inseguitori per ricongiungersi alla famiglia, nascosta in una grotta sotterranea.
Mel Gibson e il cinema dell’efferato

Era il 2004 quando l’attore-regista Mel Gibson portava nelle sale di tutto il mondo La Passione di Cristo, film biblico avveniristico incentrato sulle ultime ore della vita di Gesù. Esattamente come Braveheart – suo secondo lungometraggio registico, che gli valse una pioggia di Oscar – anche quello era un film molto violento, caratterizzato da un uso del latino e dell’aramaico come lingue parlate che, unito alla messinscena esplicita della crudeltà umana, decretò l’enorme successo commerciale dell’operazione.
Gli accesi dibattiti generati da quel peplum controverso indussero Gibson a cimentarsi in un’ulteriore ricostruzione storica. Apocalypto (2006) trasla dunque l’approccio produttivo de La Passione di Cristo nelle Americhe precolombiane: il film è recitato in maya yucateco (sottotitolato) da un cast composto quasi esclusivamente da nativi americani e indigeni messicani, per lo più sconosciuti. Con l’opera precedente condivide però anche la rappresentazione dell’efferato, con sequenze splatter degne di un cannibal movie che cozzano con la bellezza magnetica – ma altrettanto brutale – di paesaggi verde smeraldo. Il tutto concorre a descrivere, per citare Martin Scorsese, uno dei principali estimatori del film, «la violenta perpetuazione di ciò che è noto come civiltà».
Il viaggio dell’eroe come caccia all’uomo

Quello del protagonista Zampa di Giaguaro è un vero e proprio viaggio dell’eroe, strutturato come un action d’inseguimento: una forma certamente classica, ma capace di mescolare avventura, paesaggismo herzoghiano e identità etnica con il piglio del kolossal. Il ritmo delle scene è concitato; suspense e adrenalina sono garantite, mentre il pathos s’imbastisce attraverso la naturale espressività degli interpreti. E se è vero che i personaggi non vanno oltre un disegno archetipico – che qualcuno potrebbe giudicare persino sommario – va riconosciuto alla recitazione il merito di comunicare efficacemente quelle temperature emotive ricercate dall’autore.
La rarefazione dei dialoghi – ricordiamo, in lingua “originale” – consente a Gibson di concentrarsi su azione, movimento, narrazione per immagini. Ne è nobile esempio l’incipit che, attraverso poche scene di vita quotidiana, delinea con chiarezza i rapporti d’intimità tra Zampa di Giaguaro e gli altri abitanti del villaggio, prima che la violenza e la morte infrangano il “mito del buon selvaggio”. Memorabile è poi la sequenza dei sacrifici umani, apoteosi d’epicità febbricitante, un tripudio di costumi variopinti e scenografie sfarzose che raccontano l’agonia di una civiltà – si allude anche alle pestilenze portate dagli europei – aggrappata a rituali sanguinari, allo schiavismo e all’espansionismo nel tentativo disperato di tornare ai propri fasti.
Ombre della civiltà, luce dell’umano

Forse il vero punto debole del film, più dell’espediente trito e ritrito della profezia – utilizzato per giustificare il plot armor del protagonista, sebbene coerente con la struttura archetipica di cui sopra – risiede nella rappresentazione parziale della cultura Maya, quasi esclusivamente nel suo lato più sadico. Rimane sullo sfondo tutto ciò che ne ha fatto una civiltà fondamentale per la storia umana, come le avanzate conoscenze astronomiche.
Tenuto conto di questo limite storiografico, Apocalypto conserva comunque un senso dello spettacolo e della narrazione popolare allo stato più puro, dove, in mezzo alle atrocità assortite, trova spazio il tema dell’amore come protezione dal male.

Libraio, consumatore seriale di lungometraggi con una passione famelica per tutto ciò che arriva dall’Estremo Oriente, feticista dei libri editi da Taschen. Ogni tanto scrivo cortometraggi.
