Adattamento dell’omonima light novel di Yukito Ayatsuji, Another è un anime horror che va ben oltre il sangue: tra fatalismo, memoria e negazione, è una riflessione disturbante sulla fragilità della realtà e dei legami sociali. Un titolo che, a distanza di 14 anni dall’uscita, rimane tuttora inquietante.

La trama

Kōichi Sakakibara si trasferisce nella classe 3-3 di una scuola apparentemente normale dove, però, aleggia un’atmosfera tesa e innaturale. I suoi compagni sembrano seguire regole implicite che nessuno spiega apertamente. Tra tutti, spicca Mei Misaki, una ragazza che viene ignorata da chiunque, come se non esistesse.
Quando Kōichi decide di avvicinarsi a lei, inizia a emergere una verità disturbante: la classe è vittima di una maledizione che ogni anno porta a una serie di morti inspiegabili. Per sopravvivere, gli studenti hanno sviluppato un sistema tanto rigido quanto fragile. Ma quando l’equilibrio si spezza, la realtà stessa sembra collassare.
Tra psicologico e gore, un anime horror inquietante

Adattamento della light novel di Yukito Ayatsuji, Another è una serie composta da 12 episodi (a cui si aggiunge un OAV che funge da prequel), che mescola paranormale e scene molto cruente in un susseguirsi di circostanze macabre. Lontano dall’essere un semplice anime horror fatto di morti spettacolari, Another costruisce un sistema narrativo che affonda le radici nella psicologia collettiva, nella percezione della realtà e nel peso delle convenzioni sociali.
Ciò che colpisce non è solo come si muore, ma perché tutto questo accade: dietro la maledizione si nasconde una struttura tematica coerente, stratificata e profondamente inquietante. Analizzare Another significa, difatti, entrare in un meccanismo dove l’orrore non è solo visivo ma esistenziale.
La negazione della realtà: ignorare un problema non lo elimina

In Another, la scelta della classe 3-3 di ‘non vedere’ Mei Misaki non è solo una strategia narrativa, ma un dispositivo tematico estremamente potente. La negazione diventa una forma di sopravvivenza collettiva, un accordo tacito che trasforma la realtà in qualcosa di manipolabile, almeno in apparenza. Eppure, ciò che viene rimosso non scompare: si accumula, si deforma e ritorna sotto forma di violenza incontrollabile. L’anime suggerisce che la realtà, quando viene ignorata, non si piega anzi, si vendica.
In questo senso, la maledizione non è solo un evento soprannaturale, ma la conseguenza diretta di un sistema che preferisce l’illusione alla verità. Questa dinamica richiama processi psicologici ben precisi: la rimozione, la negazione e la costruzione di una realtà alternativa condivisa. Il problema, però, è che una realtà costruita sulla negazione è destinata a collassare. E quando lo fa, lo fa in modo violento, improvviso e incontrollabile.
Conformismo sociale: il gruppo prima dell’individuo

La classe funziona come un organismo chiuso, regolato da norme non scritte che nessuno osa mettere in discussione. L’equilibrio si regge su un fragile consenso collettivo, dove il dissenso non è contemplato. Chi rompe lo schema – come succede con Kōichi Sakakibara – non è semplicemente un elemento esterno, ma una minaccia. Non tanto per ciò che fa, ma per ciò che rappresenta: la possibilità che il sistema sia sbagliato.
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Another costruisce, così, una riflessione sottile ma incisiva sul conformismo: quando la paura di destabilizzare il gruppo supera quella della morte, l’individuo smette di esistere come entità autonoma. Questo meccanismo è particolarmente disturbante perché realistico. Il bisogno di appartenenza, la paura dell’esclusione e la pressione sociale diventano strumenti di controllo più efficaci di qualsiasi imposizione esplicita. L’orrore, quindi, non nasce solo dalla maledizione, ma dal comportamento umano di fronte ad essa.
Fatalismo: l’illusione del controllo

La maledizione introduce una dinamica inevitabile, quasi matematica: ogni anno, qualcuno morirà. Non importa quanto ci si prepari, quanto si tenti di arginare il fenomeno poiché il risultato è già scritto. La classe prova a razionalizzare l’irrazionale, costruendo regole, rituali e protocolli. Ma tutto questo non elimina il problema, semmai lo rende solo più gestibile, più ordinatoe e quasi accettabile.
Il vero orrore non è la morte in sé, ma la consapevolezza che ogni tentativo di evitarla sia, in fondo, destinato a fallire. È un fatalismo silenzioso, interiorizzato e che trasforma la paura in abitudine. In questo senso, Another mette in scena una riflessione quasi esistenzialista: quanto controllo abbiamo davvero sulla nostra vita? E quanto, invece, è già determinato da forze che non comprendiamo?
La banalità della morte: quando il caso diventa terrore

Uno degli elementi più disturbanti dell’anime è la totale imprevedibilità della morte. Non c’è logica morale, non c’è costruzione narrativa che protegga i personaggi: chiunque può morire, in qualsiasi momento e per cause – spesso – assurde. Questo approccio distrugge l’idea di ‘giustizia narrativa’ e avvicina la morte alla dimensione del caso puro. È proprio questa casualità a generare angoscia: se tutto può accadere, allora nulla è controllabile.
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La morte diventa, così, un evento banale nella sua frequenza, ma scioccante nella sua forma. Un cortocircuito continuo tra normalità e tragedia. Questo elemento amplifica l’identificazione dello spettatore: non esistono ‘salvezze narrativeì, parimenti non esistono ruoli privilegiati. L’orrore è democratico, e proprio per questo ancora più disturbante.
Identità e memoria: esistere significa essere riconosciuti

Il mistero della ‘persona in più‘ mette in crisi uno dei presupposti fondamentali dell’identità: il riconoscimento. Chi è davvero presente? E cosa succede quando la memoria collettiva smette di essere affidabile? In Another, l’esistenza non è un dato oggettivo, ma una costruzione fragile, legata allo sguardo degli altri. Essere ignorati equivale, in un certo senso, a non esistere.
La figura di Mei diventa emblematica: visibile ma esclusa, presente ma negata. È il punto in cui realtà e percezione si sovrappongono, rivelando quanto sia sottile il confine tra ciò che è e ciò che viene semplicemente accettato come tale. Questo tema e con esso anche il post visione dell’anime, apre a una riflessione più ampia: l’identità è qualcosa che possediamo o qualcosa che ci viene attribuito? E cosa resta di noi quando smettiamo di essere riconosciuti dagli altri?

Divoratore accanito di film, serie TV, libri e manga, ama gli anime (su tutti, Neon Genesis Evangelion) e i videogame, senza dimenticare la sua passione per la montagna. Autore di diversi saggi monografici, è un consulente editoriale con esperienza decennale, fotografo freelance e redattore per differenti siti web.
