Amarga Navidad è un film che guarda apertamente al cinema come strumento di rielaborazione del dolore, e ancora più apertamente al gesto stesso del raccontare come atto dall’etica ambigua. Un’opera forse minore nel catalogo di Pedro Almodóvar, ma non per questo priva di fascino.

La trama

Elsa (Bárbara Lennie), ex regista di due film diventati cult nonostante gli incassi disastrosi, si è rifugiata nella più redditizia pubblicità. La morte della madre incrina la sua fragile routine. Le emicranie, gli attacchi di panico, l’incapacità di continuare a produrre immagini commerciali diventano il sintomo di qualcosa di più radicato nell’animo della donna. Il fedele compagno Bonifacio (Patrick Criado), pompiere di giorno, spogliarellista nei weekend, conosciuto a un addio al nubilato e poi portato nel proprio letto con una decisione che ha sorpreso anche lei la accompagna in ospedale. Qui Pedro Almodóvar inserisce un momento di commedia sopraffina, quando Elsa spiega il significato dell’espressione «film di culto» a un’inferminera convinta si trattasse di linguaggio da setta.
Elsa si trasferisce a Lanzarote, portando con sé l’amica Patricia (Victoria Luengo), che ha appena lasciato il marito infedele. Più tardi la raggiungerà anche Natalia (Milena Smit), giovane madre devastata dalla perdita di un figlio. Il paesaggio vulcanico dell’isola farà da sfondo sereno a emozioni che ribollono e alla ritrovata creatività di Elsa. Ma Elsa, in realtà, non esiste. È il personaggio che Raúl (Leonardo Sbaraglia), celebrato regista-sceneggiatore bloccato da cinque anni, ha plasmato a partire dai drammi personali della propria segretaria Monica (Aitana Sánchez-Gijón).
Etica della finzione

Amarga Navidad s’incasella in una recente ondata di film che riflettono sull’arte di fare cinema, che annovera tra gli altri il malinconico, sentimentale The Fabelmans di Steven Spielberg e, non ultimo, il brioso Nouvelle Vague di Richard Linklater. Ciò che distingue Almodóvar da tali nobili precedenti è l’accento spostato sulla legittimità etica di quell’atto creativo, sul diritto implicito dell’artista di appropriarsi delle ferite altrui per convertirle in racconto. Il culmine del film è, infatti, lo scontro tra Raúl e Monica (lei sa di essere la fonte della storia, sa che la sua vita è diventata finzione con un cambio di nome, e chiede conto di questa appropriazione). È qui che risiede l’architrave del film, e Almodóvar ci arriva con una progressione che, nella prima metà, procede a tratti in maniera frammentaria, come se il regista fosse più interessato alle risonanze emotive dei suoi personaggi che alla compattezza drammatica dell’insieme.
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Alcuni passaggi sembrano sospesi, incompleti. Eppure proprio questa natura sfuggente conferisce al film un fascino peculiare: Amarga Navidad appare meno come una storia chiusa e più come un processo creativo osservato mentre prende forma, con tutte le incertezze che ne conseguono (vedi le scene in cui Raúl, ogni volta che vuole nominare l’amica depressa di Elsa, scrive automaticamente Elena – il nome reale della compagna di Monica, che ha perso un figlio – e deve tornare indietro a cancellare).
Colori, lutti da elaborare e paesaggi vulcanici

Formalmente, Almodóvar regista si rivede nei rossi accesi che punteggiano i momenti di tensione emotiva più intensa, le luci natalizie disseminate negli ambienti, i maglioni rossi e verdi indossati dai personaggi come un richiamo discreto alla festività. In un’altra sequenza suggestiva, Elsa e Patricia si distendono sulla sabbia nera di Lanzarote, e il contrasto tra il paesaggio spoglio e la gamma cromatica calda dei costumi produce un effetto che da solo vale l’attenzione. Anche quando subentra la cupezza, Almodóvar continua a filmarla attraverso il colore, trasformando addirittura ogni arredo in estensione emotiva dei personaggi (come già avveniva in quel gioiello sull’eutanasia che fu La stanza accanto).
Amarga Navidad non possiede forse la forza irriverente di altri classici del regista, né quella componente melodrammatica capace di tenere in pugno. Rimane però un film che si interroga con grande onestà sul significato del creare storie, e sulla sotterranea crudeltà che si cela in ogni atto artistico. Perché ogni sceneggiatura, in fin dei conti, nasce dalla vita di qualcun altro.

Libraio, consumatore seriale di lungometraggi con una passione famelica per tutto ciò che arriva dall’Estremo Oriente, feticista dei libri editi da Taschen. Ogni tanto scrivo cortometraggi.
