Ah Girl, esordio al lungometraggio della regista singaporiana Ang Geck Geck Priscilla, presenta un ritratto dell’infanzia nella Singapore Anni Novanta toccante e sfaccettata al punto giusto. L’abbiamo visto al Far East Film Festival 2026 di Udine.

La trama

“Gli adulti sono tutti bugiardi e indecisi”. Swee Swee, detta Ah Girl (Ong Xuan Jing), ha sette anni e vive a Singapore negli anni Novanta, poco dopo l’approvazione di una legge che vietò la vendita di gomme da masticare per contrastare l’abbandono di rifiuti, il vandalismo pubblico e i problemi di manutenzione, soprattutto sui mezzi di trasporto pubblici. Da quando i suoi genitori si sono separati – senza che nessuno trovi mai le parole giuste per spiegarglielo – la bimba abita con la nonna (Doreen Toh), insieme al padre (James Seah) e alla sorellina Ah Tian (Sydney Wong). Affronta tutto come può, con l’immaginazione e le piccole attività che riempiono le giornate dell’infanzia (come, appunto, la vendita di gomme da masticare).
Ah Girl osserva e assorbe ogni dettaglio del mondo adulto. Lo imita nelle scarpe rosse della madre (Carrie Wong), negli accessori, perfino nelle inflessioni della voce della nonna o nelle pose delle reginette di bellezza viste in tv. A partire da ciò che vede costruisce una visione del mondo inevitabilmente parziale, filtrata dal suo sguardo che non arriva ancora all’altezza di un tavolo. Durante uno dei fine settimana concessi, la madre, ubriaca, le chiede se vuole trasferirsi con lei in un appartamento più grande. La domanda incrinerà la già fragile quotidianità della bambina.
Il valore del punto di vista

Molti film sull’infanzia tendono a semplificare troppo i conflitti o a dipingere bambini troppo consapevoli. Ah Girl è una felice eccezione. L’opera prima della regista singaporiana Ang Geck Geck Priscilla adotta davvero una prospettiva a misura di bambina, e lo fa attraverso il formato 4:3, che restringe il campo visivo e amplifica ciò che resta fuori. I litigi dei genitori e le loro ragioni non vengono mai spiegati apertamente: si percepiscono solo attraverso le conseguenze che entrano, frammentarie, nello spazio della protagonista. Quelli di Ah Girl sono adulti irrisolti, incapaci di tradurre i propri conflitti in un linguaggio comprensibile ai figli.
Ah Girl, dunque, è il racconto di tutto il disordine emotivo che l’infanzia e l’assenza di comunicazione comportano, nonché punto d’arrivo di uno sviluppo produttivo pluriennale. Broken Crayon (2013), cortometraggio d’esordio della regista, premiato al Singapore Short Film Festival, conteneva già in nuce la stessa attenzione al mondo infantile e, probabilmente, medesimi tocchi autobiografici.
I dettagli che costruiscono il tempo

La ricostruzione della Singapore anni Novanta passa attraverso acconciature e oggetti di scena. Tuttavia lo sguardo resta ancorato all’infanzia, in una rappresentazione affettuosa, pregna di empatia di tutte le piccole attività inventate per divertirsi, ai tentativi di farsi ascoltare, alla naturale tendenza ad assorbire e replicare i comportamenti degli adulti. Tutti gesti che segnano il percorso di crescita della protagonista, mentre la complessità della realtà circostante affiora gradualmente. E molto del film passa proprio dall’interpretazione di Ong Xuan Jing, credibile e sfaccettata al punto giusto.
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Ang Geck Geck ha impiegato quasi dieci anni per arrivare a questo risultato, lavorando nel frattempo nel settore pubblicitario. Perché le cose fatte senza fretta sono quelle che, poi, lasciano il segno.

Libraio, consumatore seriale di lungometraggi con una passione famelica per tutto ciò che arriva dall’Estremo Oriente, feticista dei libri editi da Taschen. Ogni tanto scrivo cortometraggi.
