Se hai amato Old Boy, ecco una selezione di action-thriller e noir sudcoreani imperdibili: film intensi, viscerali e spietati che mescolano vendetta, solitudine e adrenalina. Dai cult ai titoli meno noti, una guida essenziale al lato più oscuro del cinema sudcoreano.
Nowhere to Hide (1999)

Figlio cinematografico di fine secolo scorso, Nowhere to Hide è un connubio tra poliziesco e thriller metropolitano, le cui atmosfere provenienti da cotanta tradizione noir lo rendono pregno di una certa cupezza funzionale al plot.
Classicheggiante nella struttura archetipica dei personaggi ma sperimentale nella regia, è un prodotto capace di sorprendere, cangiante scena dopo scena al pari dello stesso, camaleontico assassino di cui, la caccia senza quartiere e con qualunque mezzo da parte della coppia di poliziotti protagonisti, è il fulcro principale della narrazione.
Bittersweet Life (2005)

Elegante, glaciale e profondamente tragico, Bittersweet Life è il noir esistenziale che ha consacrato Kim Jee-woon come uno dei maestri del cinema sudcoreano. Un gangster movie che si muove tra l’estetica formalista di Jean-Pierre Melville e la ferocia del cinema di Hong Kong, in cui la violenza non è mai gratuita, ma epifania dell’anima.
A interpretare l’impassibile e tormentato Sun-woo troviamo Lee Byung-hun – il carismatico Front Man di Squid Game – in una delle sue performance più iconiche. Impeccabile uomo d’onore e braccio destro del boss, Sun-woo infrange la regola d’oro – non lasciarsi coinvolgere – e sceglie, nel silenzio di uno sguardo, una via impossibile.
Quella dell’empatia, dell’amore, della disobbedienza. Inizia così una lenta discesa nell’abisso, scandita da composizioni geometriche, luci al neon e un senso di inevitabile sconfitta. Perché in questo ‘dolceamaro’ racconto, l’unica redenzione possibile passa per il martirio.
The Man from Nowhere (2010)

Tra i più noti action-thriller sudcoreani del nuovo millennio, The Man from Nowhere è un revenge movie che mescola la malinconia di un lone wolf spezzato col fuoco e l’eleganza coreografica di uno gun-fu stilizzato e tagliente.
Il regista Jeong-beom Lee costruisce attorno a Cha Tae-sik, ex agente speciale dal passato tormentato, una parabola tragica e sentimentale in cui la violenza è sì feroce, ma sempre subordinata all’affetto silenzioso che lega il protagonista a una bambina rapita. Ispirato tanto dal Léon di Luc Besson quanto dai codici del cinema d’onore asiatico, il film esplora la redenzione attraverso la vendetta, consegnando uno degli eroi più memorabili e iconici del cinema sudcoreano contemporaneo.
The Villainess – L’assassina (2017)

Adrenalinico, barocco, ipercinetico: The Villainess – L’assassina è una corsa sfrenata dentro l’inferno personale di una killer plasmata dalla vendetta. Diretto da Jung Byung-gil, il film incrocia la furia pulp di Kill Bill con la grammatica estetica dei first-person shooter, aprendo con un piano sequenza in soggettiva che è già dichiarazione d’intenti.
Ma il cuore dell’opera pulsa nel solco tracciato da Nikita di Luc Besson, con cui condivide la figura della donna guerriera, manipolata, ricostruita, spogliata della propria identità. E se la messa in scena spinge al limite l’action coreano, alcune sequenze – come quella in moto con la katana – hanno persino ispirato John Wick 3 – Parabellum. In bilico tra melodramma e ultraviolenza, tra amore perduto e maternità negata, è un affresco al femminile tanto spietato quanto struggente, in cui la vendetta è l’unico linguaggio possibile.
Jo Pil-Ho: L’alba della vendetta (2019)

Con Jo Pil-Ho: L’alba della vendetta Jeong-beom Lee mette a segno un altro colpo vincente, con uno splendido quanto cupamente nichilista, disperato e violento noir, costola apocrifa di The Man from Nowhere per quanto concerne la storia portata sul grande schermo.
Tra prese di coscienza e inversioni di rotta, è la lunga, lenta catarsi di un uomo che decide di fare la cosa giusta pur sapendo di superare il punto di non ritorno che, qui, consiste nella flebile linea di confine che separa il bene dal male, sulla quale lui stesso si muove a cavallo almeno finché, l’ordine delle cose, non viene stravolto e diventa imprescindibile quanto impellente ristabilire un equilibrio.
Night in Paradise (2020)

Struggente noir all’insegna della vendetta e dagli echi da tragedia greca, Night in Paradise è figlio di quell’Heroic Bloodshed di John Woo e dei nichilisti ed esasperanti gangster di Takeshi Kitano. Crime Drama in cui abbondano scoppi di brutale violenza frammisti a momenti di intima introspezione, l’opera di Hoon-jung Park concede degli attimi di tregua in quel ‘paradiso’ naturalista rappresentato dall’isola di Jeju in cui, dopo il corposo incipit, la narrazione entra nel vivo.
È quasi un mondo altro, cristallizzato dalla fotografia che vira sui colori blu e verdi, lontano dalle regole criminali e che dona alla coppia di protagonisti, tanto differenti quanto vicini nella loro esistenza terminale, una pace effimera prima che, l’inesorabile conto da pagare, non si palesi senz’altra soluzione se non quella di un cosciente ‘harakiri’ di lame, piombo e fiotti di sangue degno dei migliori antieroi di cui, il cinema asiatico, ne è fiero esponente.
The Killer (2022)

The Killer (che condivide il titolo omonimo dell’adattamento italiano con quel capolavoro wooiano del 1989) è tutto ciò che si può chiedere e volere da un film d’azione, però con una marcia in più. Scollinati i brevi sprazzi di umorismo iniziali, la voice over del protagonista come Io narrante e flusso di coscienza extradiegetico nonché la leggerezza di come vengono presentate le dinamiche preliminari, si lascia spazio a un carico di brutalità condita da fiotti di sangue arteriosi, headshot a bruciapelo e serrati combattimenti corpo a corpo che toccano l’apice in un magistrale piano sequenza che strizza l’occhio a Old Boy, però distanziandosene e trovando la sua originalità propria.
Non vengono celate le fonti di ispirazione, a partire dal franchise di John Wick fino a The Man from Nowhere, letteralmente citato e che fanno, di questo action, una creatura – per certi versi – metacinematografica.
Ballerina (2023)

Ballerina è un ammaliante noir notturno e al neon che gira dalle parti di Johnnie To, John Woo e dei loro (anti)eroi tragici, senza tuttavia abusarne così da crearsi una propria estetica visiva. Tra thriller metropolitano e puro revenge movie, il film di Chung-hyeon Lee apre con una sequenza fisica estremamente potente, per poi inabissarsi in una giusta lentezza introspettiva atta a caricare gli ingranaggi che, da metà narrazione in poi, faranno detonare una violenza brutale e realistica (memore delle geometrie d’azione di classici come Old Boy e The Raid), senza possibilità di scampo e che si ripercuote sulla fredda e calcolatrice mimica facciale di Jong-seo Jeon, la quale incarna un angelo della morte dal volto sporco di emoglobina e capace di qualsivoglia efferatezza pur di fare giustizia.
Teso e sanguinoso, è un riuscitissimo prodotto di genere, forte di una regia non scevra di trovate visive, coadiuvata da una fotografia sporca e notturna e da un montaggio frenetico nelle scene d’azione e poetico in quelle che concedono un attimo di respiro.

Divoratore accanito di film, serie TV, libri e manga, ama gli anime (su tutti, Neon Genesis Evangelion) e i videogame, senza dimenticare la sua passione per la montagna. Autore di diversi saggi monografici, è un consulente editoriale con esperienza decennale, fotografo freelance e redattore per differenti siti web.

Senza girarci intorno: il cinema sudcoreano è superiore a quello occidentale.