A-Kite di Yasuomi Umetsu è un vero cult della pinky violence animata di fine Anni Novanta, incentrata sull’incrocio di corruzione istituzionale e vendetta al femminile. Un’opera potente e controversa, capace di influenzare Quentin Tarantino che ne consigliò la visione a Chiaki Kuriyama in preparazione al ruolo di Gogo Yubari in Kill Bill.
Chi è Yasuomi Umetsu
Yasuomi Umetsu nasce nella prefettura di Fukushima il 19 dicembre 1960. Formatosi come mangaka e fattosi le ossa nelle vesti di animatore per Tsuchida Production e Toei Animation, Umetsu approda infine alla Madhouse di Yoshiaki Kawajiri e Rintarō. Qui plasma il proprio gusto per l’azione stilizzata e la violenza vivida, per le linee spigolose e le palette cromatiche dominate dal rosso del sangue. A-Kite del 1998, suo primo lavoro ‘solista’, collauda definitivamente una regia capace di alternare lirismo a brutalità estrema. Il suo lavoro finito può descriversi, semplificando, come una sorta di Nikita anime, filtrato in chiave hentai, che racconta la sua storia di abusi sessuali e resilienza femminile con nichilismo disperato e smaccata anima pulp.
Sinossi
La protagonista, Sawa, è un’adolescente orfana che commette omicidi per il mentore Akai, uno spietato poliziotto corrotto con il quale intrattiene una relazione sadomasochista. Il corpo della ragazza è, dunque, prima arma e vittima del potere costituito, almeno fino a quando Sawa non incontra Oburi, altro giovane bounty killer. Il rapporto che si instaura tra i due (a cui si aggiunge la scoperta della verità sulla morte dei genitori) instilla in Sawa la scintilla della ribellione, in un’escalation di azione sanguinaria. Ma nel mondo di A-Kite, forse, neppure la vendetta può costituire una via di fuga.

Estetica del corpo e del dolore: il linguaggio visivo di A-Kite
Il sottogenere pinky violence, fiorito negli Anni Settanta con capolavori come Female Prisoner #701: Scorpion (altra ossessione otaku tarantiniana), ha sempre messo al centro delle narrazioni corpi femminili martoriati che si ribellano agli abusi. Umetsu ne rimastica l’immaginario radicale, l’erotismo brutale, la catarsi dell’impulso vendicativo, trasfigurando il linguaggio hentai in strumento invettivo contro un sistema patriarcale, impregnato di pornografia della sopraffazione. L’uso costante di dettagli rossi, che spiccano come accensioni sugli sfondi decadenti e cyberpunk di Tokyo, veicolano l’esasperante senso di disfacimento, perversione e morte che trasuda dalle immagini e dai rapporti umani, come fosse tanfo di putrefazione.
Le animazioni privilegiano la messinscena di dettagli cruenti (i proiettili esplosivi che fanno ‘scoppiare’ teste e arti come bolle di sangue) e delle scene di coercizione sessuale, combinate a coreografie action in odore di aggraziata danza mortale. Il montaggio serrato non rinuncia, tuttavia, a pause liriche e dolenti, come nello scioccante finale. A distanza di trent’anni, A-Kite continua a offrire uno studio sull’interscambio tra erotismo, violenza e cultura pop. Un’opera che sfida ripetutamente lo spettatore a confrontarsi con il proprio voyeurismo.

Libraio, consumatore seriale di lungometraggi con una passione famelica per tutto ciò che arriva dall’Estremo Oriente, feticista dei libri editi da Taschen. Ogni tanto scrivo cortometraggi.
