
A otto anni di distanza dal dramma di stampo storico Detroit, Kathryn Bigelow torna dietro alla macchina da presa con A House of Dynamite, un ansiogeno thriller in cui mescola fantapolitica e scenari di crisi globale non tanto lontani dalla realtà. Presentato in anteprima all’82ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, è ora disponibile su Netflix.
La trama

Fort Greely, Alaska. Il sistema di difesa aerea della base rileva il lancio di un ICBM, un missile balistico intercontinentale nucleare, da un punto non ben precisato dell’Oceano Pacifico. Allertata la Casa Bianca, il presidente e l’intera gerarchia di comando militare, i calcoli prevedono un impatto sulla città di Chicago entro diciannove minuti. Una breve finestra temporale in cui si consumano drammi personali, dolore e difficili scelte da prendere, come quella di attacchi di ritorsione contro i Paesi sospettati.
Un ritorno cinematografico a lungo desiderato

All’età di 74 anni, la regista Kathryn Bigelow dimostra di avere, ancora, la verve e i ‘muscoli’ per dirigere il suo undicesimo lungometraggio dopo un’assenza dalla scena di ben otto anni. Thriller fantapolitico dal ritmo serrato al pari di un action movie, A House of Dynamite è una ventata di freschezza, seppur inquietante, nel panorama cinematografico odierno. Così come fatto in Detroit, il dramma storico con cui ha ricostruito gli scontri nell’omonima città avvenuti dal 23 al 27 luglio del 1967, anche in A House of Dynamite la Bigelow utilizza l’approccio narrativo basandolo su differenti punti di vista: il plot non cambia ma le reazioni, i dilaniamenti interiori e morali nonché il senso di fallimento che attanaglia ogni singolo attante, arrivano agli occhi dello spettatore senza filtri alcuni.
Dalla regia marcatamente solida a cui si unisce una impeccabile fotografia, è un’opera fatta di primi piani su volti, mani e gestualità che scandiscono, minuto dopo minuto, l’inesorabile countdown prima della catastrofe. D’altronde, quello di Kathryn Bigelow è da sempre un cinema fisico fin dai tempi dello sperimentale The Loveless, in cui i corpi attoriali rivestono un ruolo primario al pari della mimica facciale che in A House of Dynamite è volutamente potenziata nella sua drammaticità con occhi e volti segnati dalle lacrime, dal panico e da un leggibile peso di disfatta.
Un dramma provocatorio e attuale al tempo stesso

Quello che rappresenta anzi, che è il nucleo narrativo di A House of Dynamite è l’eterna questione dello scacchiere geopolitico che, nella realtà degli ultimi anni, sta vivendo una seconda Guerra fredda tra conflitti sul campo ed evocazioni dello spauracchio nucleare, retaggio di un’epoca storica fatta di una belligeranza ‘silente’ tra superpotenze e, parimenti, monito di un qualcosa che non si può (e non si deve) riportare in auge.
Nel finzionale, Kathryn Bigelow innesta il reale, cosicché da provocare e – al tempo stesso – far riflettere sulle azioni scellerate e sulle potenziali conseguenze a cui si potrebbe andare incontro in uno scenario sempre più instabile e basato sui giochi di potere. Se in The Hurt Locker ha mostrato gli effetti dell’assuefazione alla guerra che si sviluppa nelle truppe mentre, in Zero Dark Thirty, il vasto mondo di interconnessioni e di azioni che si celano dietro le black ops e alle spalle di una tra le più massicce caccia all’uomo, con A House of Dynamite porta in scena l’intera catena di comando statunitense che, diversamente dal solito, si trova a dover combattere una guerra in casa propria e non a migliaia di chilometri di distanza, psicologica ancor prima che fisica e per la quale, ogni singolo passo falso, potrebbe segnarne il punto di non ritorno.
Un titolo capace di provocare vera tensione

Tra countdown e differenti punti di vista, la narrazione di A House of Dynamite ha il pregio (e non è cosa da poco) di generare e instillare, minuto dopo minuto, un crescendo di tensione ansiogena nello spettatore. Tra sale di comando, multischermi, tracciature radar e tanta gergalità militare, la componente thriller del nuovo film di Kathryn Bigelow prende le mosse, accrescendo la sua presenza scenica nei singoli frame, al pari del conto alla rovescia che campeggia, invadente e come una spada di Damocle, sui diversi monitor indicando, senza soluzione di continuità, l’avverarsi di un qualcosa a cui nessuno auspicherebbe.
Corroborato da interpretazioni altamente funzionali (su tutte quella di Rebecca Ferguson e Idris Elba) e impeccabile nello script di Noah Oppenheim, A House of Dynamite è un ulteriore valore aggiunto nella carriera ultraquarantennale della regista californiana e nel catalogo di casa Netflix, un saggio filmico sui giochi di potere e le crisi geopolitiche che, insieme ai precedenti The Hurt Locker e Zero Dark Thirty, forma una trilogia informale sul dilemma se qualsivoglia conflitto sia lecito e, di pari passo, sulle azioni nonché le conseguenze che ne derivano, veicolando il messaggio su come, alla fine, ogni sistema di potere e militare possa essere fallace.

Divoratore accanito di film, serie TV, libri e manga, ama gli anime (su tutti, Neon Genesis Evangelion) e i videogame, senza dimenticare la sua passione per la montagna. Autore di diversi saggi monografici, è un consulente editoriale con esperienza decennale, fotografo freelance e redattore per differenti siti web.
