A History of Violence scava nel labile confine tra identità e finzione, mostrando come la brutalità possa annidarsi sotto la superficie rassicurante del quotidiano. Riscopriamolo a vent’anni esatti dall’uscita in Italia.

La trama

Tom Stall (Viggo Mortensen) conduce una vita perfetta con la moglie Edie (Maria Bello) e i figli in una piccola cittadina di provincia. Almeno fino a quando la rapina sventata nella tavola calda di famiglia lo trasforma in un eroe popolare. La notorietà attira l’attenzione di alcuni mafiosi di Philadelphia che sembrano conoscerlo e, con loro, riemerge con forza un passato di violenza tant’è da corrodere l’idillio della famiglia Stall.
La mutazione della carne in chiave noir

Tra violenza socialmente accettata e proliferazione delle armi si muove A History of Violence, quindicesimo lungometraggio di David Cronenberg. Dell’omonima graphic novel di John Wagner e Vince Locke da cui il film prende le mosse resta ben poco. Il ‘barone del sangue’ parte da un soggetto che avrebbe potuto prestarsi a un polpettone d’azione reazionario e lo purifica dai flashback rivelatori, trasformandolo in un racconto chirurgico e meditativo su un antieroe ambiguo e su un nucleo familiare corroso dalla violenza (le scaramucce liceali tra il figlio primogenito di Tom e i bulli).
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Film solo in apparenza meno estremo rispetto a Videodrome o Crash, in realtà ripropone tutte le ossessioni cronenberghiane per la mutazione della carne e la disgregazione del quotidiano, solo in una forma più sotterranea, che s’insinua sottopelle come una di quelle infezioni fisiche e morali di cui il regista canadese ha spesso raccontato gli effetti nella sua lunga carriera. La violenza evocata sin dal titolo esplode infatti in improvvisi dettagli gore – riecco il body horror – nel cuore di un ritmo tutt’altro che frenetico e nel contesto della più rassicurante provincia americana immaginabile: una scelta, questa, coerente col clima di decostruzione del sogno americano.
Un cupo dramma umano

Dialoghi, sguardi e sottintesi costituiscono le vere architravi del film, insieme alla magistrale direzione degli attori. Viggo Mortensen si lascia alle spalle la regalità tutta d’un pezzo di Aragorn per immergersi negli anfratti di una brutalità repressa. Maria Bello è perfetta nel ruolo della moglie devota e carnale (i due amplessi presenti nel film racchiudono presente e futuro della coppia). Ashton Holmes restituisce il turbamento di un adolescente travolto da rivelazioni che ne sovrascrivono i connotati. Degni di nota anche i brevi ma intensi cammei di Ed Harris e William Hurt, incarnazioni dei peccati del passato che tornano sempre a chiedere il conto.
A History of Violence è una grande, grandissima opera attraversata dal cupo afflato della partitura orchestrale di Howard Shore, in grado di amplificare la metamorfosi morale dei personaggi e dell’ambiente che li circonda.

Libraio, consumatore seriale di lungometraggi con una passione famelica per tutto ciò che arriva dall’Estremo Oriente, feticista dei libri editi da Taschen. Ogni tanto scrivo cortometraggi.
