
Non tutti gli horror fanno saltare sulla sedia. Alcuni si insinuano dentro, lentamente, e non se ne vanno più. Sono gli horror psicologici, storie dove la paura nasce dalla mente più che dal mostro, dal trauma più che dal sangue. 7 titoli che rappresentano al meglio questa tendenza moderna: film in cui l’orrore diventa una lente per osservare il dolore, la solitudine e la perdita di controllo.
Babadook (2014)

Con Babadook, Jennifer Kent rilegge l’horror domestico trasformandolo in una parabola sul lutto e sulla depressione. Amelia, madre single segnata dalla morte del marito, lotta per gestire un figlio difficile e una vita che le sfugge di mano. Tutto cambia quando compare un misterioso libro illustrato: Il Babadook, che narra di una creatura che si nutre della sofferenza e che sembra uscire dalle pagine per tormentarla.
Kent costruisce un film claustrofobico, girato quasi interamente in interni, dove la casa diventa specchio della mente. Il mostro non è un’entità esterna, ma il dolore rimosso che ritorna.
Babadook è un horror empatico, che trasforma il terrore in accettazione: l’unico modo per convivere con il trauma è riconoscerlo, non scacciarlo.
It Follows (2014)

Dopo un rapporto sessuale, Jay scopre di essere perseguitata da una presenza che cambia volto, ma che non smette mai di seguirla. It Follows è un film ossessivo e ipnotico, dove il ritmo lento e la regia minimalista costruiscono una tensione costante. David Robert Mitchell reinterpreta la ‘maledizione’ come allegoria delle ansie contemporanee: sessualità, senso di colpa, paura del contagio ma anche della morte inevitabile.
La colonna sonora elettronica di Disasterpeace contribuisce a creare un’atmosfera da incubo sospesa a metà tra gli anni ’80, echi alla John Carpenter e un presente alienato. In It Follows, la vera paura non è la creatura: è l’impossibilità di sfuggire a se stessi, ai propri errori, al proprio passato.
February – L’innocenza del male (2015)

In un collegio cattolico immerso nel gelo dell’inverno, due ragazze restano sole durante le vacanze. Katherine, fragile e introversa, inizia a percepire una presenza che la spinge verso comportamenti sempre più inquietanti. Rose, invece, sembra più consapevole ma ugualmente prigioniera di un destino oscuro. February – L’innocenza del male, esordio alla regia di Oz Perkins, è un racconto sull’assenza e sulla perdita, sulla solitudine che genera mostri interiori. Il male non esplode: serpeggia, cresce nel silenzio e, infine, divora tutto.
Perkins intreccia passato e presente in una narrazione ambigua e disturbante, sostenuta da un’estetica fredda e spettrale. Niente jumpscare, niente eccessi visivi: l’orrore è tutto psicologico, un lento avvelenamento della mente. Come in L’esorcista, il demoniaco è meno una forza esterna che una manifestazione del dolore represso. Dieci anni dopo la sua uscita, February resta uno dei film più sottilmente inquietanti del nuovo millennio: un horror glaciale che parla di abbandono, fede e colpa e di come l’innocenza, una volta violata, non possa più essere recuperata.
The Witch – Vuoi ascoltare una favola? (2015)

Nel New England del XVII secolo, una famiglia puritana vive ai margini di una foresta che pare infestata da un’antica presenza. Quando il figlio più piccolo scompare, il sospetto e la superstizione lacerano lentamente il nucleo familiare. The Witch – Vuoi ascoltare una favola? è il racconto di una discesa nell’oscurità, dove la paura non nasce dal soprannaturale ma dal fanatismo e dal senso di colpa. Robert Eggers firma un esordio visivamente impeccabile, sospeso tra tragedia domestica e allegoria religiosa, in cui il male è tanto spirituale quanto umano.
Fotografato con luce naturale e toni desaturati da Jarin Blaschke, il film assume l’aspetto di un dipinto vivente, un folklore che si fa rito di passaggio. Thomasin (Anya Taylor-Joy) incarna la perdita della purezza, la ribellione all’autorità e il fascino ambiguo della libertà. In The Witch il terrore è sottile, insinuante: non spaventa con il mostrato, ma con il senso incombente del peccato. È un horror sull’emancipazione, in cui la strega diventa simbolo di autodeterminazione e la favola, alla fine, una promessa di liberazione.
It Comes at Night (2017)

In un mondo devastato da un’epidemia sconosciuta, una famiglia vive barricata in una casa isolata, seguendo regole ferree per sopravvivere. L’arrivo di un altro nucleo familiare mette in discussione ogni certezza, mentre il sospetto si trasforma lentamente in paranoia. Con It Comes at Night, Trey Edward Shults costruisce un horror dell’attesa, dove il pericolo non è mai mostrato, ma percepito. L’orrore nasce dal dubbio, dal silenzio, dall’istinto di difendersi anche a costo di perdere ciò che ci rende umani.
Shults non racconta una minaccia esterna, ma la disgregazione psicologica che segue la paura. Il buio del titolo non è quello della notte ma quello interiore, dove si annidano diffidenza e colpa. L’infezione diventa metafora del sospetto reciproco e della fragilità dei legami. It Comes at Night è un incubo minimale e disperato, che mostra come, quando la paura prende il sopravvento, non resti che un’unica certezza: non si sopravvive mai davvero da soli.
Hole – L’abisso (2019)

Con il suo debutto, Lee Cronin (poi regista di La casa – Il risveglio del male) costruisce un horror denso di simbolismi materni. Hole – L’abisso segue Sarah, una madre che vive isolata con il figlio Chris ai margini di un bosco. Dopo un misterioso incidente, il bambino cambia: qualcosa nei suoi occhi, nei suoi gesti, non è più lo stesso.
Il titolo allude a una voragine nel terreno, ma anche al vuoto interiore che accompagna il trauma. Cronin lavora con un’angoscia sotterranea, sospesa tra realtà e allucinazione, e riflette sul terrore della perdita d’identità: quella del figlio, ma anche quella della madre. Atmosfere fredde, fotografia terrosa e ritmo lento rendono Hole – L’abisso un horror psicologico inquietante e intimista, dove il ‘mostro’ è solo il riflesso di una mente che vacilla.
The Lodge (2019)

Gli autori di Goodnight Mommy, Veronika Franz e Severin Fiala, dirigono un horror glaciale ambientato in una baita isolata. Una giovane donna, Grace, cerca di avvicinarsi ai figli del suo compagno durante una vacanza invernale. Ma quando una tempesta li intrappola, il confine tra allucinazione e realtà si dissolve.
The Lodge esplora il fanatismo religioso e il senso di colpa, ponendo lo spettatore nella mente disturbata della protagonista. Le atmosfere gelide, la luce pallida e i silenzi prolungati amplificano la sensazione di sospensione. Il film riflette su quanto sia facile smarrire la ragione quando la fede diventa ossessione e l’isolamento diventa specchio delle proprie paure.

Divoratore accanito di film, serie TV, libri e manga, ama gli anime (su tutti, Neon Genesis Evangelion) e i videogame, senza dimenticare la sua passione per la montagna. Autore di diversi saggi monografici, è un consulente editoriale con esperienza decennale, fotografo freelance e redattore per differenti siti web.
