
Dimenticate l’ironia dei precedenti film di Zombie: 31 è un survival horror senza compromessi, dove ogni fotogramma trasuda caos, sangue e tensione.
La trama
31 ottobre 1976. Cinque amici ‘fricchettoni’ (tra cui Sheri Moon, moglie del regista), dipendenti di un luna park itinerante, vengono rapiti e tenuti in ostaggio in un complesso isolato noto come Murderworld. Qui, un Malcolm McDowell truccato da dandy del Settecento organizza ogni anno un sadico e grottesco gioco al massacro chiamato 31: i protagonisti avranno 12 ore per sopravvivere a una galleria di assassini allucinati, tra i lordi locali di una fabbrica abbandonata. Un miscuglio di sangue e simbologie esoteriche, carico di energia.
Zombie e quel fascino macabro del suo cinema

Nulla sintetizza il credo artistico dell’ex metallaro e regista statunitense Rob Zombie meglio del fascino macabro che ammanta la notte di Ognissanti. Chiaramente debitore al Non aprite quella porta di Tobe Hooper e a un po’ tutto il cinema di genere degli anni Settanta, 31 (2016) ha segnato per Zombie un ritorno alle sue origini registiche, dopo la parentesi autoriale, grottesca e lynchiana de Le streghe di Salem: un horror duro e frenetico, che lo stesso autore ha presentato alle masse come il suo film «più brutale, intenso e privo di sense of humour». Una dichiarazione d’intenti e, quindi, d’assenza di compromessi, per una pellicola finanziata tramite campagna crowdfunding – che ha permesso a Zombie una libertà artistica mai sperimentata nella sua ormai ventennale carriera.
Lo slasher come videogioco sadico

Se dal punto di vista formale l’utilizzo di titoli di testa in Super 8 e la fotografia ruvida si confà all’atmosfera febbrile dei precedenti hooperiani, la struttura narrativa ibrida, invece, la grammatica dello slasher a quella del videogioco, dove ogni livello introduce un nuovo carnefice e un nuovo scenario di morte, sino all’ingresso dell’ultimo villain, l’inquietante Doom-Head (Richard Brake), clown demoniaco dalla filosofia distruttiva e rituale. Zombie pigia l’acceleratore sulla fatiscenza della sua location, si affida a improvvise accelerazioni videoclippare, gioca con zoom e movimenti di macchina convulsi che danno vita a un survival horror scomposto, popolato da personaggi crudeli e grotteschi, che riesce all’occorrenza a spaventare e schifare.
Completamente privo dell’ironia che serpeggiava nei titoli precedenti del regista, 31 si presta, inoltre, a essere sfrontata parabola sulla spettacolarizzazione della violenza, sulla sopravvivenza quale oggetto di scommesse. In questo senso, l’ottava regia di Zombie dialoga idealmente tanto con Tobe Hooper quanto con l’estetizzazione delle torture dei vari capitoli di Saw e Hostel.
Ancora una volta va riconosciuto a Rob Zombie – ricordiamo: musicista prima che regista – un talento speciale nel coniugare immagine e suono. La colonna sonora, tra brani rock, ballate country e graffiature elettroniche, amplifica la tensione, trovando in Dream On degli Aerosmith il suggello perfetto per un memorabile finale che, come già avveniva con La casa del diavolo, strizza l’occhio al western.

Libraio, consumatore seriale di lungometraggi con una passione famelica per tutto ciò che arriva dall’Estremo Oriente, feticista dei libri editi da Taschen. Ogni tanto scrivo cortometraggi.
