Con 28 anni dopo, Danny Boyle e Alex Garland tornano a interrogare l’horror post-apocalittico per indagare identità, sopravvivenza affettiva e memorie in un’inquietante Inghilterra in quarantena.

La trama

All’alba dell’epidemia di rabbia, nelle Highlands scozzesi, il giovane Jimmy viene aggredito dalla propria famiglia ormai infetta. In fuga disperata, trova rifugio in una chiesa, dove implora il padre di salvarlo. L’uomo, consapevole di non avere scampo, gli affida una collana con un crocifisso e si sacrifica per consentirgli di scappare. Ventotto anni più tardi, l’Inghilterra è ancora in quarantena, isolata dal resto del mondo. Sull’isola di Lindisfarne, collegata alla terraferma da una sola strada periodicamente sommersa dalle maree e rigidamente sorvegliata, sopravvive una piccola comunità. Tra loro ci sono Jamie (Aaron Taylor-Johnson), la moglie Isla (Jodie Comer) e il figlio dodicenne Spike (Alfie Williams). Isla soffre di gravi disturbi neurologici – amnesie, disorientamento, cefalee e improvvise emorragie nasali – di cui nessuno riesce a spiegare l’origine.
Nel quadro di un rito di passaggio imposto dalla comunità, Jamie accompagna Spike sulla terraferma per una battuta di caccia agli infetti. L’escursione si trasforma presto in qualcosa di più pericoloso del previsto quando i due si imbattono in un Alpha, una variante evoluta di infetti, più aggressiva, resistente e intelligente.
Il mondo dopo la fine

Con 28 anni dopo, Danny Boyle torna dietro la macchina da presa affiancato nuovamente da Alex Garland alla sceneggiatura, riattivando così un immaginario post-apocalittico concepito, fin dall’originale 28 giorni dopo, come spazio di sperimentazione formale e riflessione antropologica. L’Inghilterra di 28 anni dopo è un territorio frammentato, in cui paradisi naturali apparentemente incontaminati convivono con i resti folkloristici di una civiltà regredita. Boyle costruisce un paesaggio che non insiste tanto sulla distruzione quanto sulla riorganizzazione sociale: comunità isolate, riti di passaggio, superstizioni, tattiche belliche medievali e forme di potere tribali emergono come risposte primitive a un collasso ormai sedimentato. La natura, progressivamente, si riappropria degli spazi urbani e muta in agente attivo che ridisegna il rapporto tra uomo e ambiente.
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All’interno di questo scenario la narrazione struggente di un rapporto madre-figlio abbraccia l’horror come fosse una mantide religiosa: pur non lesinando su sangue, colonne vertebrali estratte a mani nude e infetti in berserk, il film adotta il punto di vista del giovane protagonista Spike per sviscerare i temi di perdita e crescita, trovando nei miracoli della vita la sua dimensione (“Memento mori, memento amoris”). La cornice del genere viene assorbita in un processo di crescita forzata che mette davanti l’eroe alle sue responsabilità, con la figura eminente del Dr. Kelson (Ralph Fiennes) a introdurre i concetti di protezione degli inermi e culto mortuario come ultimi rimasugli della civiltà.
La democratizzazione dello sguardo

Boyle recupera la regia nervosa e istintiva, già centrale nel primo capitolo della saga. La scelta di girare gran parte del film con iPhone 15 Pro Max cattura riprese frequentemente instabili, ravvicinate ai corpi, spesso inclinate o sbilanciate, negando così una posizione di osservazione sicura. Il montaggio costruisce un ritmo irregolare che alterna fasi di accelerazione violenta ai momenti di sospensione, coerente con una percezione frammentaria e immediata del pericolo. Boyle di conseguenza enfatizza l’idea di uno sguardo “accessibile”, potenzialmente alla portata di chiunque si trovi immerso in quello stesso ambiente.
Particolarmente significativa è l’introduzione di sequenze in bullet-time, realizzate attraverso l’utilizzo simultaneo di più smartphone disposti semicircolarmente. Questa soluzione consente di aumentare il numero di punti di vista ravvicinati sull’azione violenta, generando un effetto di disorientamento che trascina lo spettatore dentro l’immagine. L’uso di questa tecnica, unito a inserti in infrarosso, campionamenti audio tratti dalla poesia Boots di Rudyard Kipling – che si fondono alle graffiature punkeggianti della soundtrack targata Young Fathers – e a citazioni visive dall’Enrico V di Laurence Olivier, contribuisce a un’esperienza orrorifica di gran maturità.

Libraio, consumatore seriale di lungometraggi con una passione famelica per tutto ciò che arriva dall’Estremo Oriente, feticista dei libri editi da Taschen. Ogni tanto scrivo cortometraggi.
