28 anni dopo – Il tempio delle ossa sposta l’orrore dal contagio biologico allo scontro tra fanatismo e scienza, appoggiandosi a una regia calibrata e più riflessiva a cura di Nia DaCosta.

Un sequel di raccordo e un passaggio di testimone

A sei mesi di distanza da 28 anni dopo, riuscitissimo riavvio della saga post-apocalittica che ne ha consolidato l’autorevolezza presso una nuova generazione di registi inglesi, Danny Boyle passa la macchina da presa a Nia DaCosta per il secondo capitolo di quella che, nei piani, vuole essere una trilogia. Un progetto che, pur esplorando l’evoluzione del mondo filmico a trent’anni dal focolaio pandemico, mira a riagganciarsi direttamente al capostipite del 2002, con Boyle che mantiene un ruolo attivo come produttore. 28 anni dopo – Il tempio delle ossa reca dunque tutti i segni del sequel di raccordo: un capitolo pensato per riallineare eventi e personaggi, preparando lo scacchiere narrativo in vista del gran finale.
Ti potrebbe interessare 28 anni dopo, la recensione del film di Danny Boyle
Nell’Inghilterra post-apocalittica immaginata dallo sceneggiatore Alex Garland, ridotta a brandelli dal virus mutante della rabbia e da un isolamento politico che continua a evocare lo spettro della Brexit, gli infetti passano progressivamente in secondo piano. La minaccia più insidiosa risiede infatti nell’esplosione incontrollata della violenza dei superstiti “sani”, vero sintomo di una psicosi collettiva ormai interiorizzata. Per articolare questo tema, gli autori individuano la chiave di volta nel confronto tra il dottor Kelson di Ralph Fiennes, razionale, dichiaratamente ateo – nonché intento a trovare una cura per un infetto Alpha la cui esistenza potrebbe ridisegnare il destino dell’arcipelago britannico –, e la serpeggiante gang satanista guidata da Jimmy (un notevole Jack O’Connell), sorta di redivivo Charles Manson isterico e cialtronesco, dai capelli platinati e vestito in tute di acetato.
Scienza contro fanatismo

Non nuova all’horror (sua la regia del reboot di Candyman) Nia DaCosta si proscioglie dalle difficoltà produttive di The Marvels, scegliendo consapevolmente di allontanarsi dall’energia ipercinetica e dai cromatismi acidi del capitolo precedente. Scompaiono i bullet time realizzati con iPhone e, con essi, la struttura da coming-of-age mascherato da horror, a favore di un impianto più riflessivo e dialogato, orientato esplicitamente allo scontro tra scienza empirica e fanatismo. Il montaggio privilegia la continuità e la durata, rinunciando all’effetto shock immediato, mentre il gore — ben presente e tutt’altro che edulcorato — viene perpetrato e ritualizzato.
Una considerazione a parte merita l’uso della musica. La colonna sonora firmata da Hildur Guðnadóttir integra una manciata di brani di repertorio dei Duran Duran e dei Radiohead, tutti provenienti dalla collezione privata di vinili di Kelson, che continuano a interrogarci sulla necessità di preservare la memoria collettiva. E poi c’è il “sabba” sulle note di The Number of the Beast degli Iron Maiden: un lucidissimo vertice camp che, proprio nel suo eccesso, si fa metafora della natura affabulatoria del cinema. Una sequenza già cristallizzatasi nell’immaginario horror di questo decennio.

Libraio, consumatore seriale di lungometraggi con una passione famelica per tutto ciò che arriva dall’Estremo Oriente, feticista dei libri editi da Taschen. Ogni tanto scrivo cortometraggi.
