Dieci anni fa, Michael Bay abbandonava (momentaneamente) l’eccesso del suo cinema d’azione senza freni per portare sul grande schermo una tragica storia vera. 13 Hours: The Secret Soldiers of Benghazi è il resoconto in immagini dell’undici settembre libico del 2012, una ricostruzione temporale tra assediati e assedianti sprovvista di retorica. Rivisto oggi, si conferma come un war movie atipico nel genere di appartenenza nonché prova di maturità registica.

La trama

Libia, 2012. Dopo la deposizione del colonnello Gheddafi, il Paese verte nella più totale confusione diplomatica, mentre nella città di Bengasi operano agenti della CIA, uomini del governo statunitense e paramilitari. La sera dell’undici settembre, undicesimo anniversario dell’attentato al World Trade Center, un folto e organizzato gruppo di militanti islamici attacca prima il consolato americano temporaneo dove risiede l’ambasciatore Christopher Stevens e, poi, la dépendance dell’intelligence.
Senza supporto militare e aereo, sei uomini del GRS, guardie di sicurezza della CIA di cui fanno parte il comandante Tyrone ‘Rone’ Woods (James Badge Dale) e Jack Silva (John Krasinski) tentano il tutto per tutto, cercando di respingere l’attacco fino all’arrivo dei rinforzi.
Il war movie svuotato dalla propaganda

Nel quarto di secolo da poco conclusosi, si è assistito a una evoluzione di spessore del war movie, di quel genere bellico pronto a esaltare, con elevati dosi di propaganda ed eroismo, le gesta dei combattenti militari nei più svariati fronti di guerra. Se sul finire degli anni Novanta ci ha pensato Steven Spielberg a rendere – iperrealisticamente – l’idea della guerra come carneficina sporca, sanguinosa e mortale con Salvate il soldato Ryan mentre, nel susseguirsi degli anni, si sono aggiunti a tale visione i vari Ridley Scott, Kathryn Bigelow, Clint Eastwood e Alex Garland con i rispettivi Black Hawk Down, The Hurt Locker, Zero Dark Thirty, American Sniper e Warfare ai quali va aggiunto uno tra i più controversi e (spesso) malvisti registi di Hollywood e dintorni, ovvero quel Michael Bay etichettato come l’ ‘anticristo’ dell’industria cinematografica americana.
Eppure il regista californiano, dieci anni fa, è riuscito a ‘zittire’ i suoi detrattori, dimostrando di essere capace di dirigere un film di spessore come 13 Hours: The Secret Soldiers of Benghazi. Tratto dall’omonimo saggio di inchiesta di Mitchell Zuckoff, 13 Hours è – senza fronzoli e tante cerimonie – un film appartenente al 100% al genere bellico. Messe da parte le sue megalomanie a base di ipercinetiche esplosioni, edifici rasi al suolo e personaggi che trasudano machismo e testosterone gratuito, Bay ha fatto sul serio mettendo in gioco anima, corpo e macchina da presa al servizio di una sanguinosa pagina della storia statunitense.
Crudo realismo permeato dal senso della disfatta

Nel raccontare le vicende di quella fatidica e maledetta notte libica, il regista non ricorre a spettacolarizzazioni. Semmai, 13 Hours è tutto il contrario di quanto ci si aspetterebbe da un prodotto del tipo. Il dodicesimo lungometraggio del papà di Bad Boys e Transformers ricostruisce, fin dalle battute iniziali, il clima geopolitico di un Paese in rovina, lacerato dalla guerra civile e dalla Primavera araba che avrebbe dato vita, di lì a poco, al più pericoloso gruppo terroristico della storia per poi tuffarsi, attraverso un saggio utilizzo embedded della steadicam e dell’iperrealismo della regia digitale, nella cronologia degli avvenimenti di quell’undici settembre libico.
13 Hours è un’opera cinematografica che non vive di entertainment, preferendo concentrarsi sul raccogliere gli aspetti psicologici e umani di chi, durante l’attacco, ha dato il massimo da se stesso per tredici ore di fila, arrivando perfino a perdere la vita. Se c’è un giusto merito da riconoscere alla pellicola di Bay, è quello di non lodare l’infallibile sistema governativo americano, bensì criticare quest’ultimo e le forze armate per non aver alzato un dito in difesa di chi, abbandonato in un Paese ostile, ha dovuto contare solo sulla propria forza e volontà.
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Certo, si potrebbe imputare a 13 Hours: The Secret Soldiers of Benghazi di essere un elogio verso la figura dei contractors, di quei veterani dell’esercito e delle forze speciali ritornati sul campo come operativi delle compagnie private o, parimenti, della macchina bellica statunitense. Ma con lo scorrere dei minuti, la convinzione che questo war movie sia l’ennesimo sfoggio di americanismo e militarismo viene meno, lasciando il posto alla messa in immagini di un letale, lungo, violento e notturno combattimento in cui assediati e assedianti sono avvolti da esplosioni, proiettili e vampate di fuoco.
Il caos bellico ripreso con rigore geometrico

Michael Bay è riuscito a cogliere il senso della guerra e a ricostruire il campo di battaglia sia in orizzontale sia in verticale, con gli eroici sei contractor molto più tecnologicamente equipaggiati rispetto al nemico ma altamente in difficoltà e che stanno lì, in basso, a combattere stoicamente e con forte senso di abnegazione pur di salvare le vite dei loro connazionali mentre dall’alto, attraverso le telecamere ad alta risoluzione degli UAV, le gerarchie militari assistono, da migliaia di chilometri di distanza, alla battaglia tra le forze in campo.
13 Hours: The Secret Soldiers of Benghazi è un film di guerra decisamente crudo e che non fa sconti: è l’apologia (non retorica) del guerriero sacrificabile, di quei combattenti che non cercano gloria e neanche di portare lustro ai loro trascorsi bellici. Che siano Marines, Rangers o Navy SEALs a Michael Bay non importa, poiché non è la divisa o la preparazione al combattimento ad avere rilevanza, semmai è quel forte senso di unione, di reciprocità del guardarsi le spalle a vicenda che sfocia in quel legame di brothers in arms, di ‘fratelli’ (ancora una volta) in armi.
Un’opera anticipatoria sugli attuali scenari geopolitici

Rivisto oggi 13 Hours: The Secret Soldiers of Benghazi rimane, per quanto concerne il comparto scenotecnico, una lectio di cinema, la vera e propria maturità registica di Michael Bay. Un war movie solido e che non invecchia affatto anzi, tenendo conto degli attuali scenari geopolitici legati alla presidenza Trump nonché delle disfatte statunitensi (come la precipitosa ritirata dall’Afghanistan avvenuta nell’agosto 2021 dopo vent’anni di conflitto), a posteriori il film di Bay ha l’aura di opera anticipatoria dal forte sottotesto politico (non tanto celato).
In maniera similare a The Hurt Locker e Zero Dark Thirty per quanto concerne l’assuefazione alla guerra e l’attaccamento alla professione, ma più coevo a Black Hawk Down e al Lone Survivor di Peter Berg per via della lotta alla sopravvivenza che lo permea, 13 Hours: The Secret Soldiers of Benghazi sospende il giudizio (come in parte accade in American Sniper) sul ‘giusto’ e l’ingiusto della guerra (come ha insegnato Alex Garland nel suo distopico – ma non tanto irreale – Civil War), lasciando come unica certezza che tutti gli inferni (quel forte richiamo all’azione e al pericolo in zone calde e ad alto rischio) e i paradisi (la voglia di ritornare a casa, sani e salvi, dalle proprie famiglie) sono dentro chi combatte on the camp tra la polvere e il sangue rispetto a chi, seduto comodamente e al sicuro, ‘vive’ il fronte in diretta su un monitor.

Divoratore accanito di film, serie TV, libri e manga, ama gli anime (su tutti, Neon Genesis Evangelion) e i videogame, senza dimenticare la sua passione per la montagna. Autore di diversi saggi monografici, è un consulente editoriale con esperienza decennale, fotografo freelance e redattore per differenti siti web.
